La Violenza di coppia </h1> <br> Antonio Grassi – Sandra Berivi

La Violenza di coppia


Antonio Grassi – Sandra Berivi

La Violenza di coppia

 

 

Antonio Grassi – Psichiatra

Psicologo Analista – Docente di Psicoterapia Dinamica

SSVPC . Università Medicina e Psicologia – Sapienza di Roma

 

Sandra Berivi – Psicologa

Psicologo Analista – Docente di Psicoterapia Dinamica

SSVPC . Università Medicina e Psicologia – Sapienza di Roma

 

 

“L’asimmetria tra uomini e donne è tale che, a parte

gli psicologi e gli psicoanalisti, è raro che qualcuno

si occupi della violenza femminile. Presso le femministe

l’argomento è tabù. Rimane impensabile e impensato

tutto ciò che diminuisce la portata del concetto di dominio

maschile e dell’immagine delle donne come vittime”

da Elisabeth Badinter, “La strada degli errori”, 2003:53

 

 

Parole Chiave: Violenza di coppia – Incesto – Angoscia di morte – Esperienza del limite

 

Sommario

Alla luce di storie di vita di pazienti in psicoterapia analitica, gli autori , partendo dalle origini filosofico metafisiche del cambiamento nella concezione dell’uomo avvenuto con l’avvento dell’era moderna, propongono una innovativa interpretazione psicoanalitica della violenza di coppia fondata sulla correlazione tra la dimensione cosciente della violenza e la dimensione inconscia dell’incesto, entrambe utilizzate come difesa dall’angoscia di morte e dal senso del limite. Essi colmano un gap culturale quando individuano nella violenza di coppia un evento relazionale non più monodirezionale , ma bidirezionale, ed evidenziano, con riferimento alla dinamica archetipica Junghiana di Animus ed Anima, come alla prevalente violenza fisica della parte maschile della coppia corrisponda una prevalente violenza psicologica da parte della componente femminile. .Un altro gap risiede nel fatto che non risulta, in ricerche specifiche, una sostanziale differenza nell’efficacia dei modelli interpretativi e operativi che possa essere verificata nei risultati della psicoterapia.  Gli autori , sempre in riferimento al fattore terapeutico nei casi clinici descritti, ipotizzano la presenza di un possibile fattore di efficacia terapeutica , per ora considerato non specifico. Essi lo definiscono “fattore psiche profonda”, connotato da immagini che originano dalla simbologia religiosa.

 

 

Introduzione

Gli studi finora realizzati ci hanno permesso di individuare alcune delle più visibili forme di violenza nella coppia, quelle comportamentali, ma manca ancora la conoscenza di alcune forme di violenza più nascoste, cosi come manca una cognizione psicodinamica articolata delle motivazioni e delle forze inconsce che muovono l’aggressività e la violenza di coppia . Un altro gap è rappresentato dal fatto che non è rilevabile, sul piano degli esiti degli interventi psicoterapeutici, una sostanziale differenza nell’efficacia dei vari modelli operativi e interpretativi. genericamente attribuita a fattori non specifici , quali ad esempio l’alleanza di lavoro e la compliance dei pazienti . Alla luce di un’analisi di vignette cliniche relative a casi seguiti in psicoterapia cercheremo di proporre una chiave di lettura psicologico-analitica della violenza domestica, e di ipotizzare un possibile fattore, per ora considerabile aspecifico, dell’efficacia terapeutica. Chiameremo questo fattore Psiche Profonda, connotato da immagini derivanti dalla simbologia religiosa.

 

 

 

 

Alcune riflessioni sui concetti di aggressività, rabbia e violenza e sulle loro ricadute nella violenza di coppia

 

Il concetto di violenza non è certo figlio del nostro tempo. Gli interrogativi sulla natura della violenza risalgono fin alla nascita delle riflessioni fatte dagli uomini sugli uomini, occupano una parte cospicua del pensiero filosofico da Platone in poi e non meno nei miti, nella letteratura, nell’arte e nelle forme espressive più moderne ,come ora il cinema.

Nel mondo post moderno la violenza domestica, nei suoi vari addentellati riempie quotidianamente le cronache giornalistiche, alimentando reazioni emotive e sdegno nell’opinione pubblica. Una violenza personale, agita fra le mura domestiche o comunque nelle relazioni “affettive”, che sembra vedere attualmente le donne fra le più colpite. Il Dipartimento per le Pari Opportunità stimava infatti nel 2014 come 6.788.000 donne dai 16 ai 70 anni avesse subito una qualche forma di violenza, fisica o sessuale, da parte degli uomini[1]. Eppure, l’esperienza clinica, così come la ricerca statistica più recente, suggerisce l’esistenza di un’altra violenza, “La violenza indicibile” (Salerno A e Giuliano S, a cura di, 2012). Questa forma di violenza fu denunciata anche, in modo evidentemente privo di qualsiasi possibile accusa di faziosità, dalla Badinter, una rappresentante storica del femminismo francese. L’autrice, nel 2003, nel lavoro titolato “La strada degli errori”, ossia quella dei separatismi,  affermava che esiste anche una violenza esercitata dalle donne sugli uomini, sia in modo diretto, fisico, sia indiretto, psicologico. “L’asimmetria tra uomini e donne è tale che, a parte gli psicologi e gli psicoanalisti, è raro che qualcuno si occupi della violenza femminile. Presso le femministe l’argomento è tabù. Rimane impensabile e impensato tutto ciò che diminuisce la portata del concetto di dominio maschile e dell’immagine delle donne come vittime” (2003:..). Così come un altro esempio illustre di violenza femminile possiamo ritrovarlo nella descrizione di un caso clinico da parte della Chasseguet-Smirgel (2004). Parlando di una sua paziente, Anna, la psicoanalista descrivendone il contesto familiare racconta di una madre violenta e castrante verso il marito, citando un emblematico e non isolato episodio. Quando l’uomo ritornava da una fiera piuttosto ubriaco, quindi incosciente, la donna ne approfittava per rubargli i soldi, affermando al suo risveglio che lui avesse perso il portafoglio. Un quadro riconosciuto anche dagli psicologi relazionali come “doppio legame”.

Breve excursus storico

Se vogliamo attenerci esclusivamente ad una analisi storica della scissione nella chiave di lettura dei fenomeni di coppia tra il paradigma maschilista e il paradigma femminista,  oggi dominante, dobbiamo ineluttabilmente fare riferimento a quanto è accaduto nello sviluppo del pensiero filosofico dell’ottocento. Hegel, pur professandosi cristiano nello sviluppo del suo pensiero filosofico, con la semplice affermazione che Dio per essere aveva bisogno dell’uomo, dà un colpo mortale alla metafisica. Tant’è che i suoi successori, avendo perso il riferimento unitario metafisico, si scindono in due contrapposte fazioni: la destra e la sinistra hegeliana. La ricaduta antropologica di questa posizione di Hegel, soprattutto per quanto attiene alla nascente scienza psicologica, produce come effetto che la ricerca delle origini dell’essere umano, perdendo il riferimento misterico unitario della Trascendenza, si rivolge di necessità a quanto poteva offrire la dimensione antropologica.  Inizia così l’era dei paradigmi, inspiegabili sul piano di un ragionamento filosofico o scientifico e giustificati solo sulla base di un dominio dell’irrazionalità umana, secondo la quale un paradigma vince sull’altro esclusivamente per il potere che assume nella comunità scientifica (Khun, 1962) Alla domanda “quali sono le nostre origini?”. La risposta non può che seguire il principio della dualità dei paradigmi: è originaria la mascolinità, secondo il principio patriarcale della destra Hegeliana, spiritualista ,ma immanentista, è originaria la femminilità secondo il principio matriarcale della sinistra Hegeliana , materialistica.

Ciò non poteva che condurre alla scissione/conflitto tra il paradigma di una mascolinità primaria (Freud, 1932), dominante fino agli esordi del primo ‘900 e quello attualmente dominante di una femminilità primaria (Stoller,1975).

Secondo il paradigma maschilista all’origine c’era l’uomo e la donna è un suo sottoprodotto, un maschio castrato. La donna si deve confrontare con questa condizione minoritaria nel momento in cui, da bambina, nella fase fallico-esibizionistica dello sviluppo psicosessuale, è costretta a rendersi conto che non ha un pene, di cui beneficia solo il maschio. Questa mancanza di un organo essenziale, ritenuto buono, è incontrovertibile ed immodificabile, e genera, come tutto ciò che è irraggiungibile secondo i criteri della ben nota favola di Esopo, invidia: la donna è costituzionalmente affetta dall’invidia del pene, cioè del maschio. L’etica della psicoanalisi freudiana passa attraverso il concetto di super-io, un’istanza costituita dalla introiezione di tutti i divieti genitoriali, fondamentalmente affidati al padre. Si tratta di un’etica della giustizia, in cui diritti e doveri servono come contenitori dell’uomo pulsionale.

Nell’azione di rivalsa contro la supremazia del paradigma maschilista, i/le principali rappresentanti  del paradigma femminista si sono impegnate in una teorizzazione culturale del proprio orientamento che fosse però supportata anche da evidenze scientifiche. Non è la donna un minus, ma l’uomo. All’origine della vita c’è la donna ed è l’uomo che ne  è un sottoprodotto, per certi versi una donna mancata. Per Stoller, il primo autore ad aver utilizzato il concetto di femminilità primaria, anche il maschio ha una identità di genere originaria “femminile”, da cui, però, deve disinvestirsi passando dall’identificazione primaria con lei a quella con il padre, al fine di mascolinizzarsi (Stoller,1975-1979). L’etica femminista è l’etica della cura: La donna è fondamentalmente relazionale, per cui tende al bene e alla cura, punto! Conseguentemente una prevalenza quasi assoluta della mera relazionalità (Berivi, 2013).unilateralmente e dogmaticamente assunta ad unico principio nelle relazioni umane, esclude ogni valutazione del significato di un rapporto come fattore decisionale di scelta tra ciò che è buono e costruttivo e ciò che è negativo e distruttivo nelle relazioni interpersonali. Questo principio, nasce nella Grecia classica con la figura di Antigone, sacrificato allora in nome dell’etica patriarcale della giustizia (Creonte),

Occupandosi del rapporto uomo-donna e sponsorizzando una immagine negativa del maschile, il femminismo ha condotto su campioni esclusivamente clinici  le ricerche che confermassero lo stereotipo ideologizzato del maschile originariamente violento .Questi campioni clinici erano costituiti quasi esclusivamente da donne che si presentavano ai centri di aiuto per vittime della violenza fisica maschile. (McDonald, Navarrete e Sidanius,2011)).

Questa scelta perseguiva, a nostro avviso, la finalità, di avere dei dati oggettivi con cui dimostrare che la violenza tra i sessi è di origine e natura esclusivamente maschile e, quindi, unidirezionale. (Istat,2007 ; Australian Statistics Bureau, 1996; Basile, 2002;Romkens, 1997;Macro International and South Africa Department Of Health, 1999; Schuler et al., 1996;Heise e Garcia-Moreno, 2002, 2006).

L’allargamento delle ricerche a campioni di uomini e di donne estratti dalla popolazione generale permetteva, invece, di scoprire le somiglianze che esistono tra i due sessi per quanto concerne l’aggressività (Gelli, 2009). Archer (2000) nella sua meta-analisi rilevava che, contrariamente agli studi degli anni ’70 e ’80, non risultavano differenze percentuali tra uomini e donne violenti con il proprio partner, Secondo l’autore, quindi, la violenza nella coppia è bidirezionale. La violenza fisica è più appannaggio degli uomini, mentre la violenza psicologica, più nascosta (Taylor et al,2000; Tobin et al.,2000), è maggiormente esercitata dal sesso femminile. Sulla base di questo dato della bidirezionalità negativa (Langhinrichsen-Rohling, 2009) noi proporremmo una bidirezionalità virtuosa  nella cura della violenza, designata con la formulazione integrata di “Etica del senso della cura” .

Lo stato attuale dell’arte

Il pensiero psicoanalitico di Bergler rende meglio comprensibili le forme cliniche della violenza di coppia studiata nelle interazioni sado-masochistiche del rapporto uomo-donna (1978). L’autore dimostra come ciascuno dei protagonisti della lotta sessista sia contemporaneamente sadico e masochista nella sua relazione violenta con l’altro sesso, alternando i due atteggiamenti tra comportamenti consci e inconsci; Individua nel ruolo della vittima un pattern relazionale che definisce  “la triade masochistica”, in cui si possono individuare tre livelli interattivi:

1) provocazione del partner (atto aggressivo sadico) che eccita l’aggressività dell’altro.

2) reazione aggressiva del partner

3) amnesia da parte della vittima della provocazione e lamentazioni circa il torto subìto con il sentimento del sentirsi incompreso (nessuno può amarmi e comprendermi). Così viene soddisfatta l’invidia inconscia del pattern masochista, perché se non c’è nessuno amorevole , ne consegue che tutti sono o cattivi o inutili, cioè non c’è più nessuno da invidiare perché buono, bello e giusto. Ecco come depressione, disprezzo , svalutazione  e sentimenti paranoidi diventano le armi  offensive dell’invidia.

Di converso, secondo noi, sussiste anche un pattern relazionale sadico (la triade sadica), in cui si possono individuare tre livelli interattivi:

1) Il carnefice agisce attivamente la pulsione predatoria di appropriazione, pretendendo dall’altro prestazioni di varia natura tese a soddisfare il suo bisogno famelico di mortificarlo e poi divorarlo cannibalicamente. Scrive Kernberg (1995, pagina 166): “nei soggetti narcisisti la loro eccitazione sessuale  e il desiderio relazionale dell’altro sono dominati dall’invidia inconscia per l’altro sesso… (Omissis)…,. In realtà l’altro viene cancellato nella sua Alterità, perché la dipendenza da lui è temuta e c’è in effetti il bisogno di essere contemporaneamente  se stesso e  l’altro, attraverso  l’incorporazione cannibalica di quest’ultimo”. Anche ,quindi, il carnefice è animato da invidia.

2) i limiti umani della vittima impediscono a quest’ultima di soddisfare una tale impossibile richiesta, perché arriva a livelli superiori a ogni umana capacità di soddisfazione.

3) Il carnefice reagisce allora con violenza alla frustrazione determinata dalla sola presenza fisica dell’Altro. “La tua sola esistenza equivale alla mia morte”. Si tratta di una violenza omicida che ha diversi gradi di intensità, che vanno dalla semplice violenza verbale di svalutazione e disprezzo nella (CCV) “violenza della coppia comune”, ai più efferati omicidi, nel (IT) Terrorismo dell’Intimità (Johnson,1995; McHugh,2005; Felson,2006).

 

L’ottica  della Psicologia Analitica

Ma sono le categorie archetipiche Junghiane di Animus e Anima, nelle loro valenze distruttive , che offrono una chiave di lettura significativa a queste ricerche cliniche sul sado-masochismo . L’archetipo per Jung è una categoria a priori di esperienza e di conoscenza.

L’Anima è la categoria apriori nella psiche maschile che permette all’uomo di fare esperienza della donna e del principio della relazionalità: il sentimento.

L’Animus come archetipo  è presente nella psiche della donna quale controparte maschile, che le consente di fare esperienza dell’uomo e del principio del significato: il Pensiero.

L’Anima come archetipo negativo.

Le caratteristiche strutturali dell’anima maschile sono fortemente condizionate dalla madre . L’influenza negativa di quest’ultima, perpetrata attraverso un occulto rapporto incestuoso, produrrà stati psichici in cui il piacere , in casi estremi,  addirittura viene raggiunto con l’esercizio della violenza fisica sull’altro. L’unione incestuosa con un materno negativo, può essere o edipica di rivalità verso gli altri maschi, o, ancora più primitiva, di identificazione inconscia con la madre terribile, fredda , ma bramosa di sangue nei confronti del rapporto di coppia. Il padrino di un’associazione mafiosa non a caso porta il nome di mammasantissima. Norman Bates, protagonista del film di Hitchcock “Psycho”, , posseduto da una identificazione con la madre, nelle vesti di lei uccide la donna che attira il suo desiderio.

 

 L’Animus come archetipo negativo.

Anche l’Animus femminile struttura nella donna la sua violenza nei confronti dell’uomo reale., sia se fissato al padre da una relazione incestuosa edipica verso le altre donne, sia se addirittura incapsulato in una relazione incestuosa pre-edipica non più con il proprio padre, ma con l’Animus materno, cioè con il maschile nella psiche della madre, spesso incarnato da un fratello o dal padre di quest’ultima. In entrambi i casi l’Animus diventa un demone di morte: può prendere la forma di intime convinzioni “sacre”, di credenze indiscutibili assunte  dalla donna con valore di verità assolute  , con la forza di un potere inesorabile e di una inaccessibile ostinazione” . Può assumere anche il ruolo e l’immagine dell’assassino. In questa forma esso personifica “tutte quelle riflessioni semiconsce, fredde, distruttive … che spingono la donna in uno stato tale da farle desiderare la morte di certe persone (“quando morirà uno di noi, me ne andrò in Riviera”, disse una donna al marito, ammirando le splendide coste del Mediterraneo……… Nutrendo segreti atteggiamenti distruttivi, la moglie può spingere il marito, la madre e i figli a stati morbosi che possono sfociare anche nella morte . Può decidere di impedire (n.d.a., psicologicamente)ai figli di sposarsi.” ( M.L. Von Franz in Jung et al., 1964).

 

Casi Clinici

Alcune vignette cliniche, di pazienti maschi e femmine, tutti dichiaratamente atei a livello conscio, rendono più comprensibile la lettura interpretativa della violenza di coppia , come fenomeno intimamente correlato al perpetuarsi inconscio dell’incesto e alla rimozione dell’angoscia di morte tramite la pulsione del dare e ricevere morte e/o violenza. Nel caso dell’abuso sessuale e della violenza entrano in azione stati dissociati della psiche, intollerabili per la coscienza per due motivi  : la loro origine e il loro fine. La loro origine, perché connessa nel 80-85 % dei casi ad eventi traumatici della stessa natura subiti nell’infanzia –adolescenza; il loro fine, perché connesso alla perpetuazione della dinamica traumatica esercitata su altri. In chiave di analisi Junghiana potremmo parlare di complesso dissociato, distinguendo nell’ambito della definizione di complesso  sia la tonalità affettiva sia le immagini in gioco. Più che di  tonalità affettiva , a nostro parere si dovrebbe parlare di tonalità eros-tanatos indifferenziata, che rende l’altro un oggetto inanimato ad opera di una violenza erotizzata e di un eros violento che uccide l’altro nella sua realtà umana riducendolo a puro oggetto inanimato di piacere. Gli attori del complesso sono anch’essi deanimati , posseduti da una identità aliena onnipotente che esercita il suo domino  in una sorta di orgiastica frenesia eccitata. Entrano cioè in campo forze sottocorticali, cioè complessi sottocorticali, che prendono il sopravvento sulle strutture corticali di controllo e pianificazione dei comportamenti secondo sistemi di valori. Il complesso si comporta come una personalità secondaria che entra nel campo della coscienza ogni volta che ordinari traumi della vita quotidiana o spinte sessuali endogene attivano angosce di morte correlate al funzionamento corticale. Il complesso scisso costringe l’individuo a vivere una doppia vita, quella dell’io adattato alle esigenze della realtà in parallelo con quella del Complesso scisso. La teoria dei complessi di Jung, che individua anche nell’Io la natura di Complesso occupante il Centro della coscienza, rende comprensibile come un complesso scisso, analogo alla personalità dell’Io posso invadere il Centro della coscienza e occuparlo. Ovviamente nel caso del trauma , dobbiamo distinguere il complesso scisso da quello rimosso (Kalsched, 2013). Nella scissione la barriera di contatto tra le due identità non è orizzontale, ma verticale. (Kernberg,1995)

 

Incesto edipico , gioco d’azzardo e abuso sessuale  contro l’angoscia di morte

Per una visione clinica della violenza e dell’abuso sessuale come strumenti della lotta contro l’angoscia di morte (Langs, 1988, 1996), ecco le scene costruite da 2 pazienti maschi affetti da Ludopatia nel corso di una Sand Play Therapy e 2 pazienti donne affette da relazioni sado-masochiste.

 

1° paziente maschio

Si tratta di un uomo di circa 60 anni. Dopo 4 mesi di psicoterapia, caratterizzati da un livello di comunicazione con il terapeuta molto superficiale, focalizzato sui vissuti associati alle varie esperienze di gioco d’azzardo , quasi in modo catastrofico rompe gli argini delle sue difese  e vuota il sacco:

Con donne di tutte le età ,nel corso degli anni, si era avvalso di una posizione di vantaggio legata alla sua professione, per sedurle eroticamente, consumare con ciascuna di esse in successione rapporti sessuali estemporanei e poi abbandonarle. La madre soleva portarlo con sé da quando aveva 8-9 anni fino ai 13-14 anni negli incontri con il suo amante, a casa di lui o di lei, facendogli ascoltare da un’altra stanza tutte le sue performance sessuali.

Nella scena costruita da questo paziente, che ora vedete, egli ci dice inconsciamente che: la sua vita da porco, abusatore sessuale di donne, accompagnato alle spalle, cioè nell’inconscio, da una madre-vacca (nel significato metaforico del termine),ha la funzione di andare contro e  combattere l’angoscia di morte rappresentata dalla miniatura della grande falciatrice.

Altra difesa dall’angoscia di morte è rappresentata, ad esempio, dalla figura di Pinocchio, il suo senso di onnipotenza narcisistica infantile, legato all’illusorio Mondo dei piaceri dell’eterna fanciullezza, il Paese dei Balocchi.

A seguito dell’emorragia cerebrale e del successivo intervento neurochirurgico subito circa sei anni or sono, finora ha sofferto e soffre di una incoordinazione motoria tra respiro e movimento delle braccia e del corpo durante il nuoto  finalizzato alla riabilitazione, rischiando così spesso l’annegamento.

Dopo il racconto del suo passato di bambino abusato dalla madre e questa scena.,  fa il seguente sogno: vado verso il palazzo dove c’è la casa di mia madre. Il portone è molto grande ed è di legno. Entro e nel girarmi per richiuderlo noto che c’è l’immagine della Madonna attaccata sul retro dell’anta.

A questo punto sento una mano che, alle mie spalle, mi accarezza la testa. Avverto nel corpo una sensazione diffusa di calore, benessere, rilassamento.

Il paziente, il giorno dopo il sogno, in piscina, si trova inaspettatamente a nuotare con una sincronia perfetta tra respiro e movimenti del corpo: è entrato in contatto con la Psiche Profonda, tramite l’immagine della Madonna, ed ha subìto una trasformazione che ha coinvolto anche il suo bios.

2° Paziente maschio (Immagini 2-3-4)

Giocatore d’azzardo affetto anche da una sindrome neurologica caratterizzata da ticcosità verbali connotate da coprolalia e da verbalizzazioni di morte nei confronti della partner. Questa scena che vedete (Immagine n. 3)  rappresenta tutte le modalità aggressivo-violente con cui il paziente combatte l’angoscia centrale della sua vita, cioè l’angoscia di morte. Contemporaneamente in un’altra scena si autorappresenta come Pegaso in adorazione di un materno statuario ,si, ma molto seduttivo eroticamente. Dopo queste due scene il paziente fa questo sogno: “vedo un quadro che raffigura la Madonna;  osservandolo dai vari lati con sorpresa intravedo fili di luce radente che si incontrano nella formazione di un arcobaleno, in cui i colori si succedono l’uno nell’altro con dei passaggi cromatici quasi impercettibili”. Nella scena costruita successivamente a questo sogno al centro compare l’uovo, simbolo di rinascita. Il paziente, dal punto di vista clinico, subisce un forte cambiamento: pur restando una certa ticcosità e movimenti incontrollati, la cui frequenza si riduce notevolmente, scompaiono la coprolalia e i messaggi ticcosi di morte alla partner .

Cambia anche lo stile comunicativo in analisi: le performance estetico-intellettuali, manifestazioni del proprio Sé Grandioso , prima agite nella relazione con il terapeuta in forma esibizionistica con associata  evacuazione in quest’ultimo  del proprio sè infantile disprezzato  , abusato e fecalizzzato, , perdono il possesso sulla personalità del paziente. Ciò accade ad opera sia della capacità di reverie del terapeuta che, senza reazioni controtransferali, riesce ad accogliere, e metabolizzare le suddette identificazioni proiettive del sé infantile del paziente, sia delle sue interpretazioni del soggiacente dolore del sé infantile trasformatosi in rabbia narcisistica, sia della sua capacità terapeutica di sostenere l’analizzando lungo il percorso  angoscia di morte- morte-rinascita che va dall’uso della scarica delle identificazioni proiettive alla trasformazione delle medesime in immagini rappresentabili nel gioco della Sand Play Therapy. Quest’ultimo processo richiede da parte dell’analista una dimensione spirituale. Lo sviluppo dell’immagine a partire dall’identificazione proiettiva agita è reso possibile dalla trasformazione, individuata da Bion, di elementi beta (le identificazioni proiettive) in elementi alfa e attività protomentale rappresentata nella griglia bioniana dei Pensieri Onirici, Mito e sogno. La trasformazione beta-alfa richiede un’attitudine dell’analista alla reverie, le cui connotazioni spirituali sono molto ben descritte da Bion (1962-1970) . La reverie attiene alla dimensione spirituale, indispensabile approdo di un analista che voglia operare a tale livello di profondità e di altezza dell’inconscio, come ben sottolinea anche Kalsched (2013). Gli interventi psicologici(Silenzi appropriati, Interpretazioni e Gestione del setting) non possono integrare, ma solo porre in relazione tra loro stati scissi della personalità, in modo da rendere sempre più adattivo il funzionamento dell’Io. Servono solo a sviluppare un controllo degli impulsi e degli agiti, ma risentono sempre della natura ambivalente del livello di funzionamento della psiche. Solo la dimensione spirituale può consentire la trasformazione radicale della personalità intesa  come sintesi degli opposti agiti  in una superiore forma unitaria monovalente: l’immagine. Con l’affiorare dell’immagine dall’inconscio alla coscienza, si modifica il campo comunicativo e le performances intellettuali-estetizzanti lasciano il posto alla rappresentazione del conflitto intrapsichico (Immagine n. 2–Pegaso al servizio di Venere) e all’analisi storicizzante delle dinamiche di rapporto con la sua partner, tramite l’esplorazione  in maniera auto-riflessiva delle sue valenze sia sadiche sia masochiste con cui vive il rapporto di coppia.[2]

Scopre così anche la nascoste valenze sadiche della partner, che coltivando continuamente amicizie femminile in una specie di gineceo e non reagendo in modo autoassertivo alle sue scenate di violenza, a volte attive e a volte reattive, lo mantiene anche al servizio della sua volontà nelle decisioni quotidiane, mascherandole da oblatività nei confronti della sua malattia.

 

1° caso femminile

Nel caso di una giovane donna, attratta sempre da uomini impossibili perché impegnati in altri rapporti, possiamo vedere la sostanziale unità, all’interno della psiche, dei due atteggiamenti, sadico e-masochista, cioè il dare e ricevere morte per non uscire da un rapporto di infantile identificazione materna. La donna si lamenta continuamente in terapia dei tanti  uomini che la adescano, la usano, e poi la maltrattano abbandonandola. E’ facile la diagnosi conscia di masochismo. Un giorno, però, porta questo sogno: “sono in una cinquecento gialla, chiusa all’interno ,e la sto portando da un meccanico perché ha un guasto; deve essere riparata. La 500 è piena del fumo delle mie sigarette. Mi guardo intorno e vedo le pareti interne dell’auto tutte tappezzate di teschi umani.” Da sveglia la paziente associa alla cinquecento la macchina di sua madre , e ai teschi umani tutti gli uomini con cui ha avuto i suoi rapporti fallimentari. È superfluo sottolineare come appunto, con queste esperienze fallimentari, la paziente non abbia realizzato soltanto le sue valenze masochistiche, ma anche attuato il suo sadismo inconscio. Infatti questi uomini sono diventati teschi di una collezione interna alla macchina di sua madre, in cui è racchiusa la sua personalità . A seguito della interpretazione del terapeuta ( i teschi sono anche quelli dei miei interventi interpretativi che lei uccide con nascoste critiche e svalutazioni che li rendono inefficaci sulla sua vita reale),  la paziente finalmente riesce a ricordare i sabotaggi, le provocazioni, i boicottaggi nei confronti di quelle relazioni fallite, tutti finalizzati, ovviamente, a spaventare quegli uomini e a farli fuggire da lei. Tutto ciò senza ovviamente escludere le responsabilità di quegli stessi uomini nel portare avanti da parte loro un discorso sia di natura sadica nei confronti della giovane donna, sia inconsciamente di natura masochistica, nel farsi disprezzare e svilire  da lei e soprattutto castrare sul piano relazionale.

2° caso femminile

Una donna affetta da narcisismo fallico, molto dura con gli uomini, all’annuncio della separazione estiva dal terapeuta, sviluppa tematiche paranoidi e depressive nei confronti dell’analista: (“lei fa questo per farmi soffrire e farmi sentire quanto sono sua schiava impotente trionfando su di me. Finirò come una vecchia zitella acida, brutta, che nessuno vuole”). L’elaborazione di questi temi in forma di dolore la conduce al seguente sogno: “Sono in una clinica , distesa su un lettino, e sto partorendo una bambina. Sto sudando profusamente, vittima di un dolore indicibile. Una suora mi viene alle spalle , mi poggia una mano sulla  fronte : riesco allora a partorire con un senso di grande sollievo , calore e rilassamento”. Associa alla suora una religiosa che fa parte di una Congregazione dedicata alla Madonna.

Alla luce degli studi condotti su questi e su numerosi altri casi clinici analoghi, e sui loro patterns comunicativi consci ed inconsci, non citati in questa sede per ragioni di economia espositiva,  abbiamo rilevato i seguenti dati:

Alcuni sottotipi di violenza psicologica finora non presi in considerazione, e che noi definiamo  come violenza indiretta e violenza da introduzione del terzo:

La Violenza indiretta ( far impazzire l’altro con comunicazioni paradossali, tendergli trappole relazionali in modo da minarne la fiducia nelle proprie capacità percettivo-cognitive, farlo ammalare tramite comunicazioni che indirettamente alludono ed auspicano una sua possibile morte o malattia o che ne minano l’autostima tramite la disconferma di tutti i suoi valori e intendimenti).

La Violenza da introduzione del terzo, reale o fantasmatico.

Si tratta innanzitutto di una forma di violenza pervasiva nella nostra società contemporanea. E’ difficile da arginare perché le sue forme sono tentacolari e in esse inciampano continuamente  gli attori di quella  che gli studiosi del settore definiscono come violenza della coppia comune (CCV) . Il Terzo nella coppia può essere rappresentato sia per l’uomo sia per la donna da un rapporto inconscio incestuoso con il figlio di sesso opposto, che, sin dalla sua nascita, assume il ruolo di rivale del partner e diventa un proprio possesso esclusivo, oggetto di un amore assoluto e idealizzato. Il Terzo può anche essere una delle figure della famiglia di origine : padre , zio , fratello , per la donna , madre, zia, sorella, per l’uomo. Sulla scia di questo tipo di terzo, noi oggi assistiamo al dilagante fenomeno di coppie che vivono nella casa della famiglia di origine, legittimando questa scelta con le difficoltà economiche legate alla precarietà del lavoro. Oppure la scelta di genitori , o in coppia o single separati, di ospitare nei loro letti matrimoniali i rapporti intimi dei loro figli adolescenti con il/la relativa partner, legittimando tale scelta con la maggiore sicurezza di cui essi possono beneficiare rispetto ai pericoli che incombono fuori casa. O ancora il vivere del genitore singolo separato esclusivamente con il/la figlio/a di sesso opposto, prima fanciullo/a  poi adolescente, , in opposizione al partner separato e a baluardo di qualsiasi altro nuovo rapporto, che resta sempre ai margini della diade incestuosa. Manca in questi casi la presenza concreta e psicologica di un partner che faccia da confine nei confronti di fantasie e/o comportamenti velatamente o palesemente incestuosi, sia del figlio/a, sia viceversa del genitore medesimo (che, per esempio gira per casa nudo/a , o vestito/a in modo molto succinto).  Il terzo non solo assume il ruolo ed il posto del partner, ma diventa oggetto indiscusso di un amore incondizionato, idealizzato, privo di ambivalenze, mentre quello con il partner diventa ambivalente , se non monovalente nel senso della svalutazione e del disprezzo. Il terzo può essere rappresentato , dalla crisi depressiva oppure dallo scatenarsi di un litigio per futili motivi il giorno successivo ad una rapporto intimo della coppia.

Facendo riferimento a questi dati  proporremmo quindi una chiave di lettura Junghiana della violenza di coppia, secondo la quale essa

  1. a) abbia come origine, un irrisolto attaccamento infantile onnipotente alle figure genitoriali della famiglia di origine,
  2. b) abbia come processo, la messa in campo da parte dei due protagonisti delle forme della violenza, come descritte ad esempio da Bergler, che rappresentano il livello di pattern of behaviour patologico dei due archetipi fondamentali della vita psichica secondo l’ottica della psicologia analitica: Animus e Anima.
  3. c) abbia come motore l’invidia inconscia tra i sessi. L’origine dell’invidia risiede nella presa d’atto che l’altro amato è un Bene Totale, ma non assimilabile al proprio Sé.
  4. d) abbia come piacere, la soddisfazione della pulsione a dare e ricevere morte, che oggi fa della morte e dell’assassinio, esibiti sui mass media, quasi una esperienza estatica tipica di una mistica tellurica (De Lubac,1944) (Vedi proiezioni cinematografiche: E ora parliamo di Kevin , (Shriver L, 2008); Bruce A. Evans,Mister Brooks,U.S.2007).
  5. e) abbia come effetto, l’inibizione dello sviluppo psicologico della persona violenta, che richiede invece l’attraversamento ineludibile dell’angoscia di morte, premessa indispensabile per l’acquisizione del senso del limite La consapevolezza della propria finitezza apre le porte alla realtà dell’Altro come persona[3].
  6. f) abbia come finalità, in prospettiva, l’impedire la fusione uomo-donna nell’intimità della coppia ed il conseguente temporaneo superamento dei confini del Sé in una identificazione con la persona amata.

E infine, concluderei con due interrogativi: il fattore aspecifico di guarigione (Bordin,1979; Rondeau,et al.,2001) potrebbe essere riconosciuto nella dimensione religiosa transpersonale della Psiche profonda, simboleggiata ad esempio dall’immagine di Maria? Fattore aspecifico perché la dimensione religiosa della Psiche Profonda non è mai stata oggetto di indagini né cliniche né statistiche.

E, poi! Il superamento dei confini del Sé nell’esperienza dell’essere tutt’uno con l’amato non apre forse alla coppia le porte della trascendenza, il mistero da cui rifugge oggi il mondo della nostra contemporaneità? Solo sfiorato nell’esperienza onirica da tre dei pazienti citati , esso già sembra aver mostrato il suo effetto guaritivo e salvifico. Jung ha sempre sostenuto la tesi che al fondo di ogni disturbo psichico ci sia da risolvere un problema di natura religiosa.

 

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[1]              Tuttavia il tasso di omicidi di donne dal 1999 al 2010 si situa tra lo 0,4 % allo 0,6 % per 100.000 abitanti, rimanendo quindi abbastanza stabile, mentre è aumentata l’allerta pubblica, attraverso l’aumento degli articoli giornalistici, e di consapevolezza da parte delle donne, per il pregevole lavoro che molte realtà di denuncia e tutela attivamente compiono.

[2] Pegaso , il cavallo alato , simboleggia una forma ancora biologica della libido , ma con la possibiltà di elevarsi dalla pura dimensione istintuale a quella psicologico –spirituale. Pegaso si manifesta in età adolescenziale nelle tante progettualità del sé grandioso adolescenziale che , però, non si storicizzano mai in progetti di vita adulta sul piano sia del lavoro sia affettivo-emozionale , se restano ancorate al legame incestuoso con la madre. In quest’ultimo caso il sé grandioso Adolescenziale rimane confinato al mero livello esibizionistico e si contrappone allo sviluppo di una relazione intima d’amore con l’altro sesso. Nel nostro caso clinico, infatti, il non superato asservimento di Pegaso alla bellezza estetica di una madre seducente (Venere )  determina nel nostro paziente comportamenti fortemente aggressivi , strumentalizzanti  e reificanti nei confronti della sua partner.

[3] R. Langs ( 1996) distingue quattro tipi di angoscia di morte:

  1. a) angoscia claustrofobica (che si manifesta come senso di soffocamento nelle relazioni)
  2. b) angoscia paranoide (che si esprime con il sadismo, il dare morte agli altri)
  3. c) angoscia depressiva(che si esprime con il masochismo, il ricevere morte dagli altri)
  4. d) angoscia esistenziale( che si esprime, a nostro avviso, con la disperazione).

Noi riteniamo che se l’individuo riesce a non sottrarsi , ma ad attraversare la disperazione , può fare l’esperienza della morte e della rinascita, cioè, della trasformazione.  Anche in analisi!

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