Le distorsioni della relazione interpersonale </h1> <br> Luigi Janiri

Le distorsioni della relazione interpersonale


Luigi Janiri

 

 

LE DISTORSIONI DELLA RELAZIONE INTERPERSONALE

Luigi Janiri

Professore di Psichiatria  e Direttore della Scuola

di Specializzazione in Psichiatria dell’Università Sacro Cuore

Policlinico Gemelli di Roma

 

Riassunto

Il particolare punto di vista psicopatologico adottato nel presente lavoro parte da una dimensione individuale per arrivare a un ambito interpersonale e di coppia, che possa costituirsi simultaneamente come oggetto di conoscenza e come irriducibile (non scomponibile) unità osservativa. In altri termini il percorso proposto è quello che va dalla persona, monadicamente intesa come soggetto di relazioni, alla relazione, considerata nella sua accezione intersoggettiva e duale. Le distorsioni della relazione interpersonale rappresentano una classe di disturbi psico-relazionali in cui la coppia e il suo funzionamento possono essere assunti come oggetto clinico e di studio. Il concetto di distorsione rimanda a una psicopatologia dimensionale, descrittiva non di entità nosografiche discrete, bensì di un continuum che va dalla normale relazione ai rapporti più severamente compromessi.

 

Abstract

The peculiar point of view of this paper moves from an individual perspective to an interpersonal and couple’s context, that can be assumed at the same time as an object of knowledge and a not reducible unit of observation. In other words, the proposed pathway goes from person, subject of relationships in a monadic sense, to relationship in an intersubjective and dual sense. The distortions of the interpersonal relationship represent a class of relational disorders in which the couple and its functioning may be considered as a clinical and study object. The idea of distortion leads to a dimensional psychopathology describing not discrete nosographic categories, but a continuum from the normal relationships to those that are more severely affected.

 Se si assume la doppia accezione di Minkowski (1966) circa lo specifico ambito della psicopatologia quale: 1) patologia delle facoltà psichiche e 2) psicologia dei disturbi mentali, e la si traspone nella dimensione interpersonale, si può vedere che è lecito parlare sia di anomalie di una “ideale” relazione normale sia di correlati relazionali di coppie patologicamente assortite. Nel primo caso si dà per scontata una definizione di interazione normale, che può eventualmente rendersi patologica per turbe psichiche presenti in uno o in entrambi i partner, nel secondo è il funzionamento della coppia in primo piano a essere alterato, a prescindere dai problemi dei singoli componenti, e tale dis-funzionamento si esprime con modalità semeiologiche peculiari rispetto a quelle individualmente considerate.

Parole chiave

persona – relazione – coppia – intersoggettività – empatia

Key words

person – relationship – couple – intersubjectivity – empathy

 

Si preferisce utilizzare il concetto di “distorsione” della relazione interpersonale per indicare una prospettiva che consenta da un lato di guardare al paradiso perduto della normalità individuale, dall’altro di proporre una classe psicopatologica, quella dei disturbi relazionali, e di esplorarne vissuti, comportamenti e manifestazioni sintomatiche. La torsione rappresenta, infatti, un allontanamento elastico dalla posizione originaria per rotazione intorno al proprio asse, laddove la distorsione è caratterizzata dalla perdita, insieme, della capacità di tornare al punto d’inizio e dell’orientamento intorno al proprio asse. Le coppie che raggiungono un tale point of no return non sono più in grado, drammaticamente, di reperire il proprio asse o, se si vuole, di autocentrarsi.

 

 1. Persona e interpersonalità

 1.1 Il soggetto e la maschera nell’orizzonte dell’altro

 

Il concetto di persona in psicologia riconosce due ambiti semantici (Galimberti, 1999): 1) persona come presenza nel mondo e come soggetto di relazioni, per questa via giungendo a integrarsi con il concetto di personalità, e 2) persona come maschera secondo il significato latino (da per sonat, “ri-suona attraverso”, riferito alla voce dell’attore che risuona attraverso la maschera adattata al volto), e quindi come ruolo che un individuo rappresenta nel sociale e nell’immaginario sociale. D’altronde è il volto / maschera che si fa cassa di risonanza del respiro / spirito ed è da notare che sia psiché in greco che spiritus in latino significano soffio, respiro o fiato.

Al primo ambito è proprio il concetto di “gradiente relazionale”, percorso ideale di soggettivazione che denota il livello di relazionalità con cui può essere pensato un soggetto: dall’individualità monadica alla relazione con se stesso (coscienza autoriflessiva dell’Io), alla relazione con gli altri e con il mondo (uomo come essere-nel-mondo della fenomenologia). Rispetto all’individuo, quindi, la persona si distingue per il riconoscimento che gli proviene dagli altri e per il quale essa è in grado di attribuirsi riferimenti. La perdita della percezione di sé come presenza nella vita quotidiana e come soggetto di interazione con gli altri è l’essenza dell’anomalia della persona per antonomasia, nota come depersonalizzazione.

Quanto alla persona come maschera, ci si può rifare alla teoria di Jung (1921), che definisce la persona come l’aspetto che l’individuo assume nelle relazioni sociali e nel rapporto con il mondo, vero mediatore tra l’Io e il mondo esterno, contrapponendo ad essa l’anima, intesa come mediatore tra l’Io e il mondo interno. Persona e anima sono complementari nel pensiero junghiano: la prima è apparenza cosciente, la seconda interiorità inconscia. Se l’individuo si identifica completamente con la propria persona, con scarsa attenzione all’interiorità, è un iperadattato che vive solo di ruolo sociale, prefigurando ciò che Winnicott (1965) più tardi chiamerà Falso Sé. Depersonalizzazione e Falso Sé costituiscono i modelli patologici corrispondenti alle due accezioni del concetto di persona, entrambi connotati in senso sia esistenziale che relazionale: il primo psicopatologicamente organizzato sotto forma di crisi, il secondo come disturbo di personalità.

Ma come si articolano persona e personalità? Se si assume quest’ultima come un insieme di caratteristiche psichiche e modalità di comportamento che formano il nucleo irriducibile e invariante di un determinato individuo immerso nel suo ambiente, a fronte delle innumerevoli definizioni tecniche nel quadro di molteplici cornici teoriche, si coglie un fondo di verità. E’ anche corretto affermare che stabilità, fluidità, appropriatezza sociale e culturale, adattamento, intima coerenza di sé, continuità di sé dalla storia personale al progetto esistenziale, capacità relazionale sono alcuni comuni denominatori del concetto di personalità sana (nel suo benessere) e normale (nel suo essere un tipo frequente all’interno della comunità di riferimento).

L’anomalia della personalità rappresenta non tanto una deviazione (statistica) dalla norma, quanto una perdita di benessere individuale o di equilibrio tra  il soggetto e il suo ambiente, tra sé e gli altri. Tale perdita avviene in senso globale, coinvolgendo tutte o una parte sostanziale delle aree dell’esistenza dell’individuo, in una fase evolutivamente pregnante della sua storia, quando egli entra nella prima età adulta, il nucleo strutturale della personalità si cristallizza e l’insieme dei comportamenti e dei tratti viene a stabilizzarsi di conseguenza. Ciò spiega perché per descrivere un disturbo di personalità si ricorre al termine “disarmonia evolutiva”: perché è in questo movimento globale di aspetti e funzioni del soggetto che si coglie, in un certo punto e in un certo momento, tale perdita di equilibrio, che si traduce in una sofferenza espressa da lui o da chi si pone in relazione con lui. Alcune conseguenze psicopatologicamente rilevanti di tale condizione si possono identificare come: discontinuità, rigidità, astoricità, decontestualizzazione, disadattamento, dissociazione o conflitto, egocentrismo e incapacità relazionale. La stabilità patologica di questo quadro conferisce ad esso quell’aspetto caricaturale, privo di spontaneità e di naturalezza, che si percepisce in ogni anomalia del carattere.

Comunque il concetto di personalità, in ultima analisi, rimanda a un rapporto unico e irripetibile: nel linguaggio ordinario avere personalità significa possedere tratti specifici, una maschera propria che ci distingue bene dagli altri. Dunque la personalità si manifesta anche attraverso un personaggio o un ruolo, quale realizzazione dell’immagine mondana dell’individuo. In tal senso il personaggio, nelle vicissitudini dei ruoli nel “teatro della vita”, così come ne parla Resnik (1982), è ciò che viene agito, di volta in volta, sulla scena ed è ciò che viene percepito all’esterno dagli altri. Si potrebbe allora dire che l’idea di persona implica comunque un rapporto declinato nello specifico di una personalità: quello tra sé interiore e maschera del personaggio o, anche, tra il soggetto e gli altri con cui egli entra od è in relazione. E con ciò si ritorna ai due ambiti semantici di partenza. A rigori perdita di libertà e di capacità di responsabilità attengono all’anomalia della persona nel suo statuto etico, laddove le specifiche forme di carenza o perdita di relazionalità configurano l’insieme eterogeneo delle anomalie della personalità.

 

 

 

 

1.2 Interpersonalità come elemento fondamentale dell’unione di coppia

 

Dal punto di vista psicologico il concetto di interpersonalità denota uno spazio attraversato da una relazione tra due persone, quindi da tutto ciò che, da differenti angoli visuali, insieme le unisce e le separa: comunicazione, interazione, scambio, dinamiche affettive e sentimentali, secondo gradi diversi e forme diverse di tale relazionalità, dalla compenetrazione alla distanza, dalla fusione all’articolazione all’interdipendenza, realizzandosi così un vero e proprio campo tra il sé e l’altro, tra i due componenti di una coppia (Janiri, 2008). Il “campo” è qui inteso nel senso di Kurt Lewin (1951), come spazio vitale costituito dalla persona e dal suo ambiente, permeabile al mondo esterno, e di Harry Stack Sullivan (1953), per il quale in un rapporto tra due persone ciascun membro viene coinvolto, come parte di un campo interpersonale e non come entità separata, in processi che sono influenzati dal campo e che a loro volta lo influenzano.

L’interpersonalità si può declinare nel processo dell’evoluzione psichica considerata sotto il profilo dell’individuazione e della coesione, che sono in un rapporto inversamente proporzionale, per cui a una diminuzione di coesione corrisponde un aumento di individuazione e viceversa. Quando l’individuazione ha raggiunto un sufficiente livello di maturità e non è più semplice separazione reattiva dall’altro,  e quando la coesione si è evoluta da bisogno simbiotico a bisogno dell’altro in quanto altro-da-sé, allora si creano le condizioni per una mutualità che, secondo la definizione di Erik Erikson (1964), è: “una relazione i cui membri dipendono l’uno dall’altro per lo sviluppo delle rispettive potenzialità”.

Le derive patologiche della mutualità, retaggio e ripetizione inconscia di relazioni infantili, sono rappresentate da un lato dall’egocentrismo e dal possesso, dall’altro dalla dipendenza e dalla simbiosi. L’integrazione tra due persone presuppone la messa tra parentesi della soddisfazione dei propri bisogni individuali a favore di “neobisogni” (per usare una terminologia cara a Joyce Mc Dougall, 1986) che sono espressione dell’esperienza dell’altro e con l’altro, e l’instaurarsi di una paradossale dipendenza tra due persone indipendenti.

Le persone nel campo interpersonale appaiono forti nella loro capacità di individuazione, origine della consistenza e della persistenza, e a un tempo deboli nella loro strumentale disponibilità a darsi reciprocamente (lasciare quote di sé all’altro e per l’altro) e a dare vita a un nuovo soggetto psicologico e sociale, la coppia, portatrice di neobisogni e di una nuova (inter-) dipendenza, fragile nella sua instabilità inaugurale e nella continua ricerca di un equilibrio attraverso i cambiamenti. Ovviamente questa debolezza o fragilità si rivela una forza e una risorsa se l’instabilità e la precarietà relazionali divengono una sorta di matrice insatura all’interno di un quadro stabile e costante. Definizione di ruoli e attribuzione di funzioni possono irrigidire e sterilizzare la matrice interpersonale, e così avviene nel caso di coppie troppo connotate nella loro simmetria o complementarietà.

Altro punto di vista da cui guardare alla coppia partendo dalle individualità in gioco è quello della competenza o, in termini bioniani, delle preconcezioni insature (Bion, 1963): così come avviene nell’acquisizione del linguaggio, quando la competenza innata del bambino incontra la competenza dell’ambiente permeato di linguaggio, o nel rapporto psicoanalitico, quando si incontrano nel setting le rispettive competenze di paziente e di analista, possiamo pensare che l’interpersonalità derivi dall’incontro di due distinte competenze a trovare l’altro. Per certi versi il soggetto è pronto, nella sua potenzialità, a realizzare se stesso nell’attualità dell’incontro con un altro soggetto dotato di una corrispondente competenza (Janiri, 2008).

Identità, alterità, dualità: le riflessioni dell’ultima fenomenologia mettono in evidenza, recuperando la dimensione relazionale, come l’essere al mondo del soggetto è in realtà un con-esserci, cioè un esserci al mondo con l’altro-da-sé che è anche, al contempo, alter ego. L’area interpersonale viene allora connotata come un “essere tra” ed è il luogo privilegiato della fenomenologia dell’incontro di due persone. Ecco quindi che l’approccio antropologico all’incontro implica la “costituzione dell’intersoggettività” (Kimura, 1988, tra i vari autori), e postula che “l’individuo come individuo è un’astrazione, e solo l’individuo che sta in rapporto costitutivo (ab origine) con un Tu nel Mondo ha concretezza”. L’Ego, preso come solus, precede soltanto concettualmente la vita intersoggettiva ed Heidegger per primo dice che il nostro è un tempo del Noi (Wir-Zeit) e non un tempo dell’Io (Ich-Zeit) (Callieri, 1995). La dimensione del dialogo è quindi la “noità” (Wirheit di Buber) e la depressione rappresenta il correlato psicopatologico per eccellenza della perdita di tale “noità” (Callieri, 1995). Gli sviluppi del punto di vista relazionale nella psicopatologia fenomenologica giungono a costituire una psicopatologia sociale.

 

2. La formazione dell’identità personale e dell’identità di genere

 

La formazione dell’identità va vista come un processo di lenta costruzione di quell’istanza globale, individuale e relazionale, che va sotto il nome di “Sé”, in interscambio continuo e costante con l’ambiente e con gli altri, vero nucleo maturativo della personalità e delicato percorso in divenire a rischio di deriva psicopatologica.

Si può artificiosamente scomporre, per convenienza, tale processo, fin dall’infanzia, in vari e simultanei movimenti di identificazione del soggetto: a se stesso, agli altri, al genere di appartenenza e/o di scelta. Non si deve tuttavia dimenticare che le dinamiche identificative sono intrise di relazionalità e ognuna di esse reca la sua traccia nelle relazioni interpersonali dell’età adulta. Afferma Freud (1921): “l’identificazione è nota alla psicoanalisi come la prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona”.

 

 

2.1 Relazione narcisistica

 

Il bambino percepisce fin dagli esordi della sua vita simultaneamente immagini di sé e immagini degli altri, ma quando riesce ad integrarle in rappresentazioni (coscienti)? Questo è il nodo cruciale dell’identità, poiché la coscienza di sé, sia pure primitiva, implica la coscienza dell’altro e, sia che si riconosca nello sguardo della madre o nella situazione paradigmatica dello specchio, il bambino distingue in quel momento la sua immagine da quella degli altri. Tale narcisismo d’identità o speculare è allora veramente una relazione primitiva che si stabilisce alla base del riconoscersi come soggetto-oggetto unico, come Gestalt unitaria.

In una dimensione evolutiva così precoce tutto sembra giocarsi in momenti privilegiati, come nel lacaniano stadio dello specchio, in cui la transizione dall’immaginario al simbolico si svolge sul filo del riconoscimento/disconoscimento di sé. E se invece di un singolo momento si trattasse di un processo, di una costruzione progressiva di una struttura identitaria e narcisistica, di un complesso movimento di sedimentazione di rappresentazioni e di relazioni tra queste? I teorici dell’Infant Research e dell’attaccamento, così come gli psicologi cognitivi, sarebbero probabilmente d’accordo. La formazione dell’identità e l’investimento narcisistico potrebbero soggiacere allo stesso destino processuale.

Forse è già tutto scritto nel mito di Narciso, così come ci viene tramandato dalla poesia di Ovidio, mito in cui possiamo intravedere tutte le possibili dinamiche che pervadono la complessa relazione tra il bellissimo giovane e la sua immagine riflessa, e che potremmo tentare di riassumere nel modo seguente (Janiri, 2004):

– in un primo momento Narciso non riconosce la propria immagine, ma ne viene catturato, vi rimane invischiato, se ne innamora: si stabilisce così una relazione privilegiata, ineludibile, un legame che è il presupposto necessario per il riconoscimento di sé, ma che è ancora il legame con un altro (Sé come un altro);

– a un certo punto avviene qualcosa sulla base della sensorialità: la percezione delle invarianze, una crepa nel sistema delle differenze; Narciso si accorge che alcuni suoi tratti, sperimentati dai suoi stessi sensi, sono non diversi, ma simili a quelli dell’immagine dello sconosciuto; la complementarietà (ciò che l’altro ha e che mi colpisce perché non ha eguale in me) lascia il posto al piacere delle similitudini (Sé come un altro simile);

– sullo sfondo dell’attonita e dolente presenza di Eco, emblema della ripetizione di sé o sdoppiamento, Narciso giunge a sdoppiarsi e a vedere l’immagine di sé nello stagno non ancora come tale, bensì come una replica di sé, l’immagine di un altro identico a sé, ma non ancora di se stesso: un gemello, un alter ego illusorio (Sé come doppio);

– ormai siamo prossimi alla fusione delle due immagini, quella riflessa e quella che Narciso sta costruendo dentro di sé; l’altro è un altro amato, investito di affetto e riconosciuto come identico a sé; nello specchio dell’acqua egli riproduce gli stessi gesti e la stessa mimica amorosa di Narciso, che così si identifica in ciò che l’altro ama di sé; per amore il soggetto diviene oggetto di se stesso e l’identificazione subisce una fondamentale trasformazione: dalla constatazione dell’identità dell’altro rispetto a sé al volersi e sentirsi uguali all’altro (Sé come oggetto dell’altro Sé);

– la pulsione è in moto e al piacere dell’identificarsi con ciò che l’altro ama di sé si aggiunge il secondo, finale, piacere nell’esteriorizzazione dell’immagine di sé: Iste ego sum! Colui che si è scoperto come un altro ed è rimasto catturato dalla propria immagine ora si riconosce in questa immagine. Piacere e insieme dolore per la perdita dell’oggetto, sempre più “soggettivo”, e per la solitudine cui questa dimensione di unicità irrimediabilmente ci condanna (Sé come immagine di sé).

Ritroviamo in questo processo la certezza percettiva ma ancor più l’ambiguità sensoriale, le dinamiche pulsionali ma anche la ricerca dell’oggetto, il tema dell’identità ma ancor prima quello dell’alterità. E potrebbe darsi che i vari Sé/Narciso che simboleggiano le fasi del processo siano rappresentazioni di diversi tipi di narcisismo, per certi versi intuibili nella loro fisiologia come nelle loro eventuali derive patologiche.

Rimane l’idea del narcisismo fisiologico come di una specifica e fondante relazione d’oggetto, come premessa e condizione di tutte le relazioni che il soggetto potrà stabilire con i suoi oggetti, come dire: senza amore di sé non può darsi amore per gli altri. E’ un po’ come se gli oggetti possano essere, rifacendoci a Kohut (1971), degli oggetti-Sé, al servizio, per una parte importante della loro funzione “soggettiva”, dell’implementazione del senso e della struttura del Sé, funzione che sola può permettere la fenomenologia dello scambio, dell’inter-essere / interessare. Qualcuno ha parlato legittimamente di “corredo narcisistico” che, al pari del corredo cromosomico, garantisce “il rapporto tra stabilità e mutamento al suo interno”, potremmo dire tra costanza del Sé e sua persistenza / consistenza / tenuta nelle metamorfosi che occorrono negli incontri con gli altri e nelle relazioni oggettuali (De Risio, 2004).

In questa prospettiva si potrebbe cominciare a pensare conclusa o superata la fase della contrapposizione tra narcisismo e amore oggettuale, a favore di un rapporto dialettico tra le due istanze, tra i due movimenti di ricerca pulsionale. Del resto lo stesso Kohut (1971), nel postulare e proporre per il narcisismo una linea evolutiva indipendente da quella della relazione d’oggetto, costituisce correlativamente e simultaneamente l’autonomia di quest’ultima, ricollocando la questione originariamente nata con Freud nell’alveo naturale di dinamiche che prevedono intersecazioni e sovrapposizioni, ma in nessun modo mutua esclusione.

 

 

2.2 Relazioni oggettuali

 

Nella teoria psicoanalitica le vicende delle relazioni del soggetto con gli oggetti, esterni e interni, totali e parziali, si ritrovano intrecciate e spesso contrapposte da un lato, come si è visto, alla relazione narcisistica, dall’altro alla teoria delle pulsioni, in Freud, secondo alcuni autori, ancora troppo intrapsichica e troppo poco relazionale (Conrotto, 1995). E’ anche vero, tuttavia, che se la meta della pulsione è quella dello scarico della tensione e del raggiungimento del piacere, ciò non può darsi senza il concorso e la mediazione dell’oggetto.

Di tutti i teorici delle relazioni d’oggetto, Fairbairn è certamente il più esplicito nel sottolineare la continua interazione del soggetto con l’ambiente, prendendo posizione contro il concetto di piacere che deriva dalla scarica dell’energia pulsionale, con affermazioni, come questa del 1952, in cui sostiene “che la libido sia primariamente una ricerca dell’oggetto (piuttosto che una ricerca di piacere come nella teoria classica)”. Fairbairn intende con questo sostenere che il piacere è il risultato della qualità dello stato relazionale tra l’Io e l’oggetto e l’angoscia decresce ad opera di un cambiamento nella relazione d’oggetto, piuttosto che in seguito a una qualsiasi scarica di energia (Rayner, 1991).

Così come per la relazione narcisistica, anche per le relazioni oggettuali possiamo immaginare un processo di maturazione progressiva, di tipo percettivo e affettivo insieme. Intanto si deve sottolineare l’uso del plurale invece del singolare: gli oggetti della vita psichica e relazionale sono vari e procedono dall’oggetto primario materno a quelli che si strutturano sul modello di questo e di altri significativi che il soggetto reperisce sul suo cammino evolutivo, a cominciare da quello paterno. In secondo luogo l’oggetto si fa da indistinto, agli albori della vita psichica, e parziale (il Seno della madre) a distinto da sé, nel simultaneo movimento appercettivo di riconoscimento dell’immagine di sé e correlativamente dell’altro, e totale. In questa fase il Sé riflessivo, nel costituire sé come oggetto, istituisce due importanti funzioni: la capacità introiettiva, che mette in grado il soggetto di internalizzare la rappresentazione dell’oggetto esterno, e la differenziazione del flusso pulsionale nella duplice direzione di sé e dell’oggetto (Janiri, 2008).

Ora che il soggetto ha “scoperto” l’identificazione a se stesso, può modellare e modulare successive identificazioni all’altro, di volta in volta specchio, alter ego, gemello, complemento o attribuzione di parti di sé. Le tappe maturative della relazione con l’oggetto, come è ben noto dal percorso tracciato da Freud (1913) verso la genitalità, contemplano lo sfrondamento o la perdita dei residui idealizzanti o proiettivi, che derivano da primitivi meccanismi di acquisizione e di stabilizzazione dell’oggetto, l’accettazione di questo nella sua totalità, e quindi anche la conflittualità e l’ambiguità di cui esso è portatore, e infine la sua ri-costituzione da oggetto esterno introiettato (oggetto interno) a oggetto di relazione intersoggettiva e reale. Non si tratta sempre del medesimo oggetto, ma di un oggetto transferale, trasfigurato nell’immaginario e fantasmatizzato da figure primarie, gli affetti verso le quali sono ora resi disponibili per essere “trasferiti” inconsciamente su altri oggetti.

In questa tensione dall’indistinto al distinto, dall’interno all’esterno, dal soggettivo all’oggettivo, fondamentale importanza riveste il concetto di “oggetto transizionale” di Winnicott (1953), radice del simbolismo e pur tuttavia oggetto reale, esponente di un’area “intermedia” verso l’acquisizione del “mondo esterno come viene percepito tra due persone in comune”. Winnicott sostiene che il termine oggetto transizionale apre la via al processo di diventare capace di accettare la differenza e la similarità. Differenza dall’altro, similarità a sé: siamo alle origini di quel processo, precedentemente descritto nelle sue tappe evolutive, e che potremmo chiamare di individuazione narcisistica e di ”scoperta” dell’altro. D’altronde il senso originale dell’oggetto transizionale è anche quello di  radicare e di scoprire, lungo il vertiginoso filo dell’instabilità / stabilità, o, ancora, impiegando una metafora psicologica, di giungere alla costruzione di un complesso figura-sfondo (sé e l’altro).

Nella relazione interpersonale tutta la gamma delle valenze delle relazioni d’oggetto risuonano: da quella pulsionale a quella transferale, da quella identificativa a quella transizionale, configurando un quadro di grande dinamismo in cui desideri e bisogni emergono, animano i meccanismi fondativi del funzionamento psichico e permeano progetti, scelte, tendenze. In alcune teorie della personalità la dialettica tra pulsionale e oggettuale riappare sotto forma di tratti psichici definiti: ad esempio nella teoria di Cloninger (1993) la dimensione della Novelty Seeking (ricerca del nuovo) riecheggia la pulsionalità slegata dall’oggetto, laddove la Reward Dependence (dipendenza dalla gratificazione) rappresenta la tendenza sociale a ricercare il contatto con gli altri, a godere del calore dell’oggetto.

 

2.3 Differenziazione tra maschile e femminile

 

Pulsionale e oggettuale a loro volta soggiacciono a una logica più basica e fissa, quella dell’istintuale. In tale cornice la differenziazione tra maschile e femminile si offre come fondamento e modello di ogni complementarietà: la percezione della differenza dall’altro, correlata al senso di identità di sé, procede dal riconoscimento di genere. La complementarietà presuppone la costituzione nel mentale di coppie di opposti: piacere / dispiacere, buono / cattivo, etc. nascono come modalità e qualità specifiche di pensiero a seguito dei primi movimenti di scissione e proiezione / introiezione. La sessualizzazione del cervello, data biologicamente e geneticamente, istituisce l’articolazione dello spazio mentale istintuale dell’identità di genere, in cui i meccanismi di funzionamento primitivo dell’apparato psichico, nelle opportune fasi evolutive, scindono il maschile dal femminile, proiettano fuori di sé gli aspetti percepiti e vissuti come estranei e trattengono come interiorizzati quelli propri e sintonici con sé.

E’ chiaro che con l’identità prendono origine le differenze e tutto ciò implica una costitutiva, fondamentale bisessualità dell’essere umano, indistinzione di genere che, analogamente all’indistinzione tra sé e l’altro, o tra il soggetto e l’oggetto, precede, nel caos primigenio, la differenziazione della sessualità e dell’orientamento sessuale e fonda la dialettica degli opposti. Sono ancora i meccanismi di difesa, arcaici come la negazione o più evoluti come la rimozione, che stabiliscono il rapporto, più o meno rigido e più o meno funzionale, tra sé e la parte esclusa della propria originaria bisessualità. Omofobia, scelte oggettuali per affermare una presunta “normalità”, preclusioni e pregiudizi culturalmente mediati, proiezioni nel partner di parti scisse della propria sessualità, sono solo alcune delle conseguenze patologiche che in età adulta il soggetto attualizza sulla scorta dei retaggi della propria storia sessuale infantile.

La dialettica tra maschile e femminile necessariamente si interseca con quella tra paterno e materno, foriera delle istanze transgenerazionali e segmento di trasmissione dell’eredità della specie (Menarini e Neroni, 2002). Si tratta di principi inderivabili, che si pongono al nucleo del genere sessuale, che lo costituiscono come modello di funzionamento. Ecco allora che l’eredità materna, in continuità con il femminile, si dà come matrice (matrix) di accoglimento e di recettività, come spazio cavo, pura potenzialità, humus e nutrimento originario. Parimenti l’eredità paterna, in continuità con il maschile, si dà come forma, configurazione, struttura (pattern) costruita a partire dall’interazione tra spazio e materia, aggettante, intrusiva, pura attualità. Ogni successiva modalità di funzionamento dell’individuo recherà con sé le impronte di tali funzioni ancestrali nella loro relazione di complementarietà.

Winnicott ne La creatività e le sue origini (1953) associa l’elemento maschile “puro” con l’idea del fare, dello stabilire cioè un rapporto attivo o del subire un rapporto passivo, nel quadro della pulsione istintuale; ciò presuppone già una separazione dall’oggetto. Al contrario l’elemento femminile “puro” ha a che fare con l’essere, nel senso che il bambino diventa il seno (o la madre) e l’oggetto si identifica con il soggetto, prima e al di là di qualsiasi pulsione istintuale. Afferma l’autore: “Qui in questo rapporto dell’elemento femminile puro col seno ha luogo un’applicazione pratica dell’idea dell’oggetto soggettivo e la esperienza di questo prepara la strada per il soggetto oggettivo, vale a dire per l’idea di un sé e per il sentimento del reale che scaturisce dal senso di avere una identità … Questo senso di essere è qualcosa che precede l’idea di essere tutt’uno con, perché non vi è stata alcuna cosa eccetto l’identità”. Ecco quindi come l’identità per Winnicott, ma anche secondo il concetto di matrix, si acquisisce per via di un elemento femminile e materno, laddove sono il paterno e il maschile a divaricarsi nelle loro determinazioni e realizzazioni.

Nella patologia della coppia molti problemi sorgono per la mancanza di una complementarietà sessuale che è mentale ancor prima che corporea, o per la mancata formazione di una dimensione di mutualità o di reciprocità tra accogliere e cercare / trovare accoglienza oppure, in ultima analisi, tra essere e avere, tra essere e fare. La stessa carenza di intimità rivela una non spontaneità, una difficoltà nel confronto tra il maschile e il femminile. Ritengo anche particolarmente interessante per questo discorso l’idea che una parte della propria sessualità, scissa o dissociata dalla restante sessualità, possa avere una sua evoluzione, vivere una sua vita autonoma e proiettarsi nell’altro come determinante inconscia della scelta oggettuale.

 

3. Empatia, reciprocità e capacità relazionale

 

In campo psicoanalitico l’autore che con più profondità ha studiato il fenomeno empatico, nella cornice teorica del narcisismo, è stato Kohut (1971), per il quale il concetto di empatia riguarda in primo luogo la natura stessa dello psichismo. A partire dall’accezione filosofica (Dilthey, Husserl, Stein), nel linguaggio corrente possiamo considerare questo termine sinonimo di partecipazione emotiva e descriverlo come un processo per cui un soggetto assume momentaneamente la posizione interiore di un altro per condividerne le esperienze soprattutto affettive. In realtà, riprendendo la critica al concetto di empatia di Scheler (1923), ciò che viene condiviso non è il vissuto affettivo in sé (poiché non si gode e non si soffre come l’altro), ma il suo valore e significato trasferiti su nostre analoghe esperienze. Il punto di vista clinico di Kohut (1966) è molto più ampio: egli definisce l’empatia come un costituente essenziale dell’osservazione psicologica, consistente nella capacità di raccogliere dati attraverso l’apprensione di configurazioni psichiche complesse di altre persone di cui immaginiamo l’esperienza interna. In effetti essa è un mezzo per delimitare l’area dei fenomeni psichici e in tal senso equivale a una introspezione vicariante, cioè a osservazione e conoscenza del mondo interno di un altro attraverso la percezione intima di una corrispondenza con il proprio.

E’ così la vita interiore umana nella sua dimensione dialogica e intersoggettiva che è resa accessibile dall’immersione empatico-introspettiva. Il doppio movimento di apprensione dell’altro, in corrispondenza con parti di sé, e di proiezione di sé nell’esperienza dell’altro conduce a un fenomeno complesso che nella sua fondamentale natura relazionale non è più riducibile a una sua parzialità intrapsichica e getta nuova luce non solo sui vissuti dell’altro, ma anche sui propri, metodo di autoconoscenza oltre che di conoscenza. L’ascolto empatico, guidato dal tentativo di sintonizzarsi con l’altro per mezzo dell’introspezione vicariante, rafforza la coesione del sé dell’altro, alimentandone l’autostima e i sentimenti di benessere e ciò è alla base del metodo psicoanalitico kohutiano indirizzato soprattutto al narcisismo patologico. Teoria psicologica, strumento di conoscenza e quindi anche di diagnosi, metodo di cura: l’allargamento dell’orizzonte empatico in Kohut è paragonabile solo alla concezione estesa della comprensione e dell’empatia nella psicopatologia fenomenologica, da cui in parte trae ispirazione (cfr. Karl Jaspers, 1913).

Se l’empatia fonda la relazione interpersonale, la reciprocità la sostanzia, in quanto capacità della coppia di scambiare su base progettuale, stabile e fluida. Nell’unione di coppia l’anomalia della persona e l’anomalia della personalità, concetti spesso (ma non sempre, come si è visto) coincidenti e che partono dai problemi del singolo, comportano una mancanza di spontaneità e di fluidità che può arrivare a investire la scelta del partner e il progetto relazionale. In particolare la capacità di formulare un progetto, mantenerlo e coltivarlo nel tempo può difettare nell’uno e/o nell’altro componente della coppia.

Ciò che però viene meno, a prescindere dalle specifiche forme di disturbo o di caratteropatia che si trovano nella realtà clinica, è la reciprocità, la capacità di scambiare con l’altro, o in altre parole la relazione d’amore (Baldassarre, 2008), vuoi per carenza di empatia e per patologica concentrazione su di sé e sui propri bisogni, o per attrazione inconscia verso schemi e figurazioni relazionali del passato, comunque per una discrepanza tra il sé strutturale e il sé relazionale, per certi versi tra il volto e la maschera. L’altro-da-sé non è destinatario di una comunicazione, di uno scambio, oggetto di curiosità e di sentimento, ma è coinvolto in un sistema chiuso, comunque autoreferenziale (e ciò vale ben al di là dello specifico caso del narcisismo!), in cui viene a svolgere una funzione di appoggio e di significato rigidamente esclusivo. L’altro deve dare senso e significato al vissuto esistenziale e all’esperienza di sé, ma è importante che ciò rappresenti un punto di partenza per una trascendenza di sé e dell’altro nella coppia, e non un mero punto d’arrivo strumentale.

Altro modo di guardare alla reciprocità è la funzione dei ruoli nella coppia, che determina la qualità simmetrica o asimmetrica della stessa: una relazione interpersonale simmetrica è quella nella quale entrambi i partner giocano un ruolo paritario. Al contrario una relazione asimmetrica può implicare il senso o l’esercizio del controllo e del potere. La capacità relazionale è un concetto-ponte, che consente il salto dall’individuale / soggettivo al relazionale / intersoggettivo, tra empatia e reciprocità, che costituisce una modalità stabile, un tratto di personalità del soggetto, che lascia prevedere la possibilità per lui di stabilire un rapporto di reciprocità nell’interazione con un partner. Diversi elementi rientrano in tale modalità, tra cui: forza dell’Io, livello di nevroticismo, pulsionalità e tensione verso l’oggetto, capacità empatica e introspettiva, autonomia e interdipendenza.

 

 

4. Campo bipersonale e intersoggettività

 

Si è vista in precedenza la nozione di campo interpersonale come luogo privilegiato di realizzazione dell’interpersonalità e di attualizzazione delle dinamiche interattive. A questo punto si può aggiungere che perché ciò si stabilisca in modo positivo è necessario che due persone dotate di sufficiente capacità relazionale e che esercitino un sufficiente grado di empatia entrino in una relazione reciproca, diventando attori del campo medesimo. Ancora una volta va sottolineato in questo passaggio l’abbandono della posizione individualistica.

Nell’ottica psicodinamica è da notare la transizione da modelli teorici intrapsichici, centrati sul funzionamento mentale individuale, ad altri di tipo relazionale, in particolare ad opera della scuola anglosassone (Winnicott, 1953, 1965; Balint, 1952), con un’attenzione portata dapprima sull’unità madre-bambino e successivamente sulla coppia analista-paziente. Negli sviluppi più recenti l’intersoggettività rappresenta, sostenendo la simmetria delle posizioni di analista e paziente, la concettualizzazione più avanzata del setting analitico, che diventa “campo bipersonale” nel modello dei Baranger (1961-62). Per la psicodinamica relazionale il mondo delle relazioni esterne e reali, quelle che fondano il modo di essere di una persona e il suo comportamento interpersonale, è forgiato sulle relazioni oggettuali, rapporti che il soggetto stabilisce dentro di sé con oggetti interni (rappresentazioni di persone). Tale mondo di oggetti interni è a sua volta costruito sulla base delle relazioni infantili, in particolare con l’oggetto primario (madre). Sono le prime relazioni familiari, dunque, a determinare nell’inconscio il tipo di relazione interpersonale che un uomo o una donna si predispone a mettere in atto con l’oggetto privilegiato.

Secondo Sullivan (1953), il cui più significativo contributo può essere considerata la teoria interpersonale della psichiatria, ogni situazione evolve dalle relazioni dell’individuo con altre persone, specialmente quelle con cui ha vissuto nell’infanzia: i genitori o i loro sostituti, che egli definisce “adulti significativi”; per questo autore gran parte dei disturbi mentali è il risultato di una interazione inadeguata. Il pensiero di Sullivan, per cui l’interpersonalità è un prodotto delle relazioni infantili, costituisce un tramite tra le teorie psicoanalitiche e quelle sistemico-relazionali, nelle quali la comunicazione riveste un ruolo principale. Secondo queste ultime, e in particolare per Bateson (1972), Watzlawick (1967) e la scuola di Palo Alto, il porsi in rapporto interpersonale, con scambio reciproco di informazioni, costituisce la “comunicazione” umana: a tale concetto viene così attribuito prevalentemente il significato di rapporto interpersonale. Citando Bateson: “La teoria della comunicazione studia come il comportamento si produca quale risposta alla comunicazione osservabile negli altri, e come il comportamento sia in se stesso comunicazione”.

Il campo viene allora a configurare la situazione di due persone inestricabilmente legate e complementari per la durata della situazione, e coinvolte in uno stesso processo dinamico. Sostengono i Baranger: “i membri di questa coppia non sono intelligibili, all’interno di questa situazione, l’uno senza l’altro”. E’ chiaro che gli autori si riferiscono qui alla coppia analitica; tuttavia è possibile estrapolare il concetto di campo bipersonale alle relazioni affettive, tenendo presente che nell’esperienza quotidiana noi cerchiamo di entrare in relazione con gli altri attenendoci alla loro realtà oggettiva, senza però riuscire a prescindere dalle nostre proiezioni soggettive, in particolare quando gli altri sono oggetto di desiderio e di amore. Il campo è quindi attraversato da dinamiche inconsce. I Baranger parlano di modificazioni della Gestalt di coppia, intendendo con ciò particolari assetti o configurazioni di campo che emergono l’una dall’altra e si manifestano singolarmente come un tutt’uno non scomponibile: “una coppia di sposi può trasformarsi inconsciamente in una coppia padre-figlia … la trasformazione della coppia, il suo cambiamento di Gestalt o di significato, è un disturbo, spesso patologico, della coppia originaria.” Secondo gli autori le coppie naturali tendono alla definizione e alla cristallizzazione della propria Gestalt, la cui perdita, associata alla correlata permeabilità a una diversa strutturazione gestaltica, è quindi un’alterazione dell’assetto originario che riveste spesso un significato patologico. Meccanismi di identificazione proiettiva possono sostenere le linee dinamiche o energetiche del campo bipersonale e costituire gli assi portanti della strutturazione di una Gestalt di coppia, laddove il termine “cristallizzazione”, con il suo connotato di rigidità, rappresenta a mio parere già la tendenza a uno slittamento patologico.

Infine, nell’analisi della relazione interpersonale, non si può non menzionare la teoria intersoggettiva, che in autori come Stolorow (1995) si pone in continuità con la psicologia del Sé, sempre con l’avvertenza di considerare che, così come per il campo bipersonale, la riflessione teorica nasce come sforzo di concettualizzare il rapporto psicoanalitico, da cui si possono estrapolare e generalizzare applicazioni alle relazioni interpersonali. Ebbene l’esperienza relazionale, da questo punto di vista, è intrinsecamente interattiva in quanto coinvolge due soggetti, per ciascuno dei quali l’altro assume ab origine i contorni di un oggetto-Sé. Nel narcisismo kohutiano l’esperienza d’oggetto-Sé include un oggetto che agisce ed è percepito solo in funzione del soggetto e del suo sostentamento psichico ed è vissuto pertanto come parte di sé. Nell’interazione di coppia, che si definisce proprio a partire dall’idea di un reciproco influenzamento, l’intersoggettività tende a sottolineare in tale interazione la partecipazione di due soggetti all’origine narcisisticamente fondati (ma non necessariamente per ciò patologicamente connotati) e la loro tensione al superamento dell’isolamento monadico nell’incontro duale, ognuno ricercando nell’altro quel complemento di sé che è anche e soprattutto completamento di sé.

 

 

 5. Patologia di coppia secondo il tipo di relazione e il ciclo vitale della coppia

 

Nel corso dell’infanzia e della fanciullezza tutti facciamo esperienza di un rapporto irripetibile con una persona del nostro sesso e con una dell’altro: così ogni bambina impara in primis et ante omnia dalla madre, cioè si identifica con lei e sviluppa una relazione esclusiva con il padre, mentre l’inverso vale per il maschio. Nella coppia c’è una tendenza a rivivere queste identificazioni e relazioni originarie e, quando esse presentano elementi problematici, è altamente probabile che tali perturbazioni si ripropongano nell’unione di coppia. Come si è già visto, fantasmi edipici e pre-edipici animano l’inconscio individuale e l’immaginario di coppia, dando origine a formazioni sintomatiche che si esprimono nell’interazione e nella comunicazione interpersonale come disagio relazionale.

Un approccio alla patologia di coppia potrebbe servirsi di un modello che richiama l’attenzione su due elementi significativi: 1) la relazione  può per comodità e artificiosamente essere scomposta in diversi tipi di relazione, ciascuno dei quali può sviluppare un disturbo, e 2) la coppia attraversa un suo ciclo vitale e alcuni problemi sono più rilevanti in una fase che in un’altra (Dominian, 1979). Le sotto-relazioni che soggiacciono alla relazione di coppia attengono alle aree: 1) fisica o sessuale, 2) emotiva o psicologica, 3) sociale, 4) intellettuale o culturale, 5) spirituale, laddove le fasi del ciclo di coppia possono riconoscersi schematicamente nelle tre seguenti: 1) i primi anni senza figli, o con figli ancora piccoli, 2) il periodo in cui i figli crescono (“gli anni di mezzo”), fino alla fuoriuscita di casa dell’ultimo, 3) la ricostituzione della coppia senza figli (sindrome del nido vuoto) fino alla morte di uno dei componenti della coppia. E’ ovvio che queste sono approssimazioni convenzionali, soggette alle peculiarità delle combinazioni (ad esempio sotto-relazione x fase), alla variabilità delle singole situazioni di coppia e all’effetto dei periodi storici in cui vengono calate (ad esempio oggi le tre fasi descritte sono tutte di molto ritardate rispetto a trent’anni fa).

La prima questione da prendere in esame è la disponibilità dei partecipanti a costituire una relazione stabile o, ancor di più, permanente: nella distorsione di tale variabile l’unione di coppia può rivelarsi un mezzo per rafforzare surrettiziamente un’identità, magari per sfuggire alla famiglia d’origine, alla solitudine o all’incertezza sociale e i partecipanti possono non riuscire con il passare del tempo a raggiungere un’integrazione e una reciprocità. Un secondo problema è rappresentato dalla difficoltà di uno o di entrambi i componenti della coppia a svincolarsi dai genitori e più in generale dalla propria famiglia d’origine: ci può essere collusione nella dipendenza da essa o colpevolizzazione nel sentire di aver ripudiato o ferito i genitori allontanandosene. In entrambi i casi fantasmi familiari o comportamenti e relazioni reali, che si manifestano sotto forma di ingerenze o di attaccamento patologico, non consentono l’autonomia dei soggetti dal loro passato.

Ma anche se il distacco dalla famiglia apparentemente e superficialmente avviene, c’è sempre il rischio che uno dei due partecipanti i tratti l’altro come un sostituto genitoriale, trasferendo quindi su di esso tendenze idealizzanti, sentimenti amorosi o ostili “per procura”, atteggiamenti ambivalenti o conflittuali. Siamo qui nel dominio di quella distorsione dei rapporti interpersonali denominata da Sullivan (1953) “paratassia” e dovuta all’attivazione di impressioni infantili proiettate sugli altri, così da trasformarli in qualcosa di diverso da quello che sono. La contiguità con i concetti di transfert e di identificazione proiettiva è abbastanza evidente.

Una delle situazioni patologiche di coppia più comuni è quella dell’inganno emotivo (Dominian, 1979): succede talvolta che si scelga per partner una persona che appare in un certo modo (sicura, forte oppure debole e sottomessa, o fedele e affidabile) per poi accorgersi che sotto mentite spoglie si cela una persona dalle caratteristiche opposte. Escludendo la simulazione consapevole, ci troviamo qui ad affrontare la questione del Falso Sé o delle identità instabili (come nei soggetti borderline), per cui la produzione inconscia sintomatica (reattiva o difensiva che sia) riguarda parti massicce della personalità. La gelosia patologica per certi versi può essere vista come un inganno emotivo relativamente a un oggetto interno instabile e sfuggente.

Nella patologia di coppia anche i figli sono formazioni sintomatiche, potendo essi rivestire il ruolo di volta in volta di veicolo di comunicazione esclusivo tra i coniugi, quindi di collante della coppia, oppure di tentativo di sbloccare o rifondare la situazione relazionale, oppure di spostare la dipendenza o ancora di produrre un oggetto-Sé che si crede controllabile e spesso funzionale a una certa dinamica di coppia. Le stesse reazioni dei genitori alla nascita dei figli rappresentano importanti test rivelatori delle loro personalità e delle loro dinamiche relazionali e costituiscono un’importante fonte di cambiamenti unilaterali in grado a loro volta di “sparigliare le carte” nel gioco relazionale.

Infine molte anomalie comportamentali disvelate in coppia, dalle dipendenze, in particolare la dipendenza affettiva e la co-dipendenza, al discontrollo degli impulsi, possono venire utilmente inquadrate come patologie della relazionalità sociale, lasciando comprendere come una classificazione schematica quale quella citata delle sotto-relazioni sia uno strumento euristicamente valido al fine di pensare una griglia diagnostica dei funzionamenti di coppia.

 

6. Distorsioni del campo interpersonale e derive patologiche della coppia

 

Attraverso una semiologia osservativa delle interazioni di coppia è possibile dunque pervenire a una delimitazione e descrizione del campo interpersonale, delle sue torsioni elastiche e delle sue distorsioni rigide. Queste ultime, se non trattate, comportano derive patologiche irreversibili, che risultano del tutto incomprensibili se si tenta un approccio ad esse individuale e unilaterale.

Le interazioni patologiche della coppia sono oggetto di studio delle teorie sistemiche, che hanno condotto ad enucleare concetti come “divorzio affettivo” (Bowen), “divisione e deviazione coniugale” (marital schism e marital skew rispettivamente secondo Lidz), “pseudomutualità” (Wynne). Wynne è il primo a partire dalla constatazione che le preoccupazioni principali di ogni essere umano sono due: il problema della relazione, e cioè il bisogno fondamentale dell’uomo di mettersi in rapporto con altri esseri umani, ed il bisogno di sviluppare, in modo conscio o inconscio, un senso di identità personale.

 

 

6.1 Distanza emotiva

 

Esaminando la vita coniugale di genitori di schizofrenici, Murray Bowen (1985) sottolinea come un elemento costante e caratteristico sia un marcato distanziamento affettivo tra i due, che egli definisce “divorzio affettivo”. La modalità con cui i coniugi stabiliscono tale distanza è molto variabile. Da un lato ci sono coppie i cui componenti conservano un rapporto estremamente controllato e formale e mostrano tra loro scarse e celate divergenze. Essi considerano il loro matrimonio ideale, mantengono una soddisfacente relazione sessuale, usano tra loro termini affettuosi, ma trovano molta difficoltà a condividere i sentimenti, i pensieri, le esperienze. Dall’altro lato ci sono coniugi la cui prossimità scatena discussioni litigiose, critiche ostili o reciproche minacce. Essi vanno d’accordo solo quando sono tra altre persone e evitano il conflitto estraniandosi l’uno dall’altro. Tra questi due estremi si situano coppie in cui il divorzio affettivo si manifesta con varie combinazioni di controllo formale e di aperto disaccordo.

Bowen mette in evidenza come due partner, entrambi egualmente profondamente immaturi, possano vivere la loro immaturità in modo differente: l’uno negando l’immaturità ed agendo con apparenza di iperadeguatezza, l’altro accettando l’immaturità ad agendo con apparente inadeguatezza (cfr. Kerr e Bowen, 1988). Nessuno dei due è in grado di funzionare in una posizione intermedia tra l’essere iperadeguato e l’essere inadeguato. L’elemento iperadeguato si mostra dominante e aggressivo, l’altro debole e compiacente. Questo rapporto falso tra un partner iperadeguato e uno inadeguato crea continue tensioni nella vita di coppia, che si manifestano soprattutto nei momenti in cui si devono prendere delle decisioni comuni, ciò che ripropone il rapporto “iperadeguato-inadeguato” come “dominatore-sottomesso”. L’elemento iperadeguato si reputa costretto ad essere responsabile, considerando l’altro come inattendibile, mentre l’inadeguato si ritiene forzato alla sottomissione e considera l’altro come un tiranno. In realtà ciò che colpisce in tali coppie è l’incapacità di decidere: ognuno evita il carico della responsabilità e l’ansia della sottomissione rinviando la decisione.

In questa situazione di tensione, di mancanza di una vera comunicazione e di incertezza, la nascita di un figlio diventa un importante fattore di stabilizzazione del rapporto tra i genitori, ovviamente a discapito del figlio. Si costituisce così una “triade interdipendente” padre-madre-figlio in cui il bambino rappresenta la chiave di volta, potendo fungere da appendice simbiotica del coniuge inadeguato e debole e “riequilibrando” in tal modo l’asimmetria di coppia.

I tre vertici assunti da Bowen, controllo formale, aperto disaccordo e iperadeguatezza-inadeguatezza, vengono così a configurare dinamiche di coppia caratterizzate da una eccessiva distanza emotiva, per cui i coniugi mancano o perdono in capacità relazionale, condivisione e reciprocità. Ma allora è lecito domandarsi: rispetto ad altre situazioni di distanza, come il distacco affettivo, in cui i partner si estraniano l’uno dall’altra e diventano tra loro apatici e insensibili, qual è l’elemento qualificante del divorzio affettivo? Ritengo che in tutte le situazioni di coppia descritte da Bowen il divorzio soggiaccia a “facciate” superficiali di funzionamento e di impegno emotivo che o danno impressione di falsità, o di conflitto vuoto, o ancora di stereotipi relazionali, immagini distorte e condivise di sé e dell’altro quali retaggi infantili (personificazioni secondo Sullivan). Il distanziamento emotivo è dunque il comune denominatore delle condizioni relazionali caratterizzate da distacco o divorzio affettivo.

 

6.2 Divisione / deviazione coniugale

 

Riferendosi ai rapporti coniugali patogeni, Theodor Lidz (1965), con il suo gruppo di lavoro presso l’Istituto di Psichiatria dell’Università di Yale, distingue due forme di rapporto: 1) divisione coniugale (marital schism) e 2) deviazione coniugale (marital skew), la prima essendo più frequente nelle famiglie di schizofrenici.

Nella divisione coniugale la coppia non fornisce il sostegno reciproco dei bisogni emozionali; tra i coniugi sussistono solo costrizione, sfiducia, minaccia, violenza, frustrazione o comunque assenza di gratificazione, discordia e mancanza di complementarietà dei ruoli. I mariti non condividono né le loro soddisfazioni né le loro difficoltà, sono carenti di empatia e perseguono degli scopi egoistici, cercando di superare il partner e creando un clima di competizione per l’affetto dei figli. Le mogli, d’altra parte, cercano di imporre un sistema senza regole né calore, eccentrico e sviante, in cui i disturbi della comunicazione sono massivi. L’autore classifica la comunicazione distorta di queste coppie lungo tre assi: 1) assi competitivi dominati dall’uomo, che appare rigido, dominante e violento, 2) assi competitivi dominati dalla donna, in cui l’uomo viene spesso totalmente escluso dalla famiglia, lasciando la leadership assoluta a lei, 3) assi di doppia dipendenza, in cui né l’uomo né la donna riescono a instaurare un regime di potere stabile e si ritirano reciprocamente, spesso sviluppando una dipendenza da una terza persona.

Nella deviazione coniugale vige un regime relazionale diverso: in questo caso in seno alla coppia c’è un componente francamente disturbato, più o meno accettato nelle sue parti patologiche, che coinvolge tutto l’ambiente nella sua Weltanschaung. L’opposizione del coniuge non è viva come nel marital schism, anzi si realizza una sorta di convergenza tra i due partner che si traduce in un “neoequilibrio”. Si crea così una coppia formata da un elemento forte e anomalo e un elemento debole e dipendente, che partecipa delle convinzioni del primo e tende a farle adottare dagli altri. Il risultato di tale interazione è la formazione di un sistema relazionale e familiare chiuso all’esterno, la cui realtà stride con quella del mondo circostante. In questa atmosfera di irrealtà, così simile a quella di una folie à deux, afferma Lidz, il conflitto è notevolmente dissimulato, ma non assente.

In entrambe le condizioni si producono evidenti distorsioni evolutive a carico della prole: non sono rispettate le frontiere tra le generazioni, e i genitori non vengono a rappresentare modelli di identificazione fruibili per i figli, che quindi non raggiungono un’identità di sé strutturata e stabile. Del resto la coalizione e la complicità che dovrebbero permeare il rapporto di coppia lasciano il posto alla rottura scismatica o alla collusione deviante, con drammatiche conseguenze sull’equilibrio psichico dei figli, che si trovano costretti a posizionarsi conflittualmente rispetto all’uno o all’altro dei genitori.

I quadri relazionali descritti da Lidz sono con tutta evidenza più apertamente patologici e patogeni di quelli subdoli e conformistici descritti da Bowen. Il grande merito dell’opera di Lidz è quello di aver introdotto la dimensione psicotica nelle coppie al fine di dimostrarne un rapporto causale con la produzione di uno psicoticismo familiare. Lo scenario interpersonale viene così attraversato da meccanismi di scissione, di proiezione e di identificazione proiettiva, di annullamento dei confini e di chiusura verso il mondo esterno e su questo scenario si agitano lotte all’ultimo sangue per la conquista del potere. La questione della leadership, violenta, esclusiva dell’altro, rapace nei confronti dei figli, rappresenta la dimensione appropriata della relazionalità psicotica, il cui acme viene raggiunto con la deviazione coniugale, sistema condiviso più o meno apertamente delirante e già avviato a un’organizzazione autistica.

 

 

6.3 Mutualità e pseudomutualità

 

Il terzo autore, dal cui vertice guardare alla patologia della coppia in termini di distorsione delle dinamiche, dei ruoli e della comunicazione interpersonali, è Lymann Wynne (1958) che, partendo dal bisogno di ogni soggetto di armonizzare lo sviluppo relazionale e la formazione dell’identità personale, descrive tre modalità che si offrono per risolvere questo dilemma: la non mutualità, la mutualità e la pseudomutualità. Nella non mutualità il soggetto non compie alcuno sforzo per salvare la relazione, ma protegge solo la sua integrità di percezione e di giudizio, e la sua identità; si colgono qui significativi punti di contatto con la pseudo-relazione narcisistica. Nella mutualità la relazione è accettata con tutte le sue ricchezze, in tutta la sua ampiezza e profondità, ma anche con tutti i suoi imprevisti e rischi. Lo sviluppo dell’individuo avviene attraverso questa relazione ed è messo in questione e modellato da essa.

La pseudomutualità è un rapporto del tutto particolare, in cui si opera una sorta di separazione tra  relazione e identità: la solitudine e l’alienazione vengono evitate tramite la relazione, che tuttavia è distorta poiché ogni tentativo di spontaneità, vissuto come minaccioso rispetto all’identità di sé, viene ingabbiato in barriere rigide e sclerotizzato. D’altra parte ogni affermazione dell’identità individuale e ogni processo di identificazione vengono vissuti come un attacco alla relazione. Tutto allora si svolge in un clima di illusione e di false sembianze, per cui la relazione, in reale competizione antagonistica con l’identità, viene salvata a spese di quest’ultima e viceversa.

Mutualità e pseudomutualità sono opposte sotto diversi aspetti: 1) in primo luogo per il ruolo e il peso della tensione nella coppia, poiché in una relazione mutuale la tensione che si vive è pienamente accettata e le divergenze possono essere percepite come stimoli, laddove nella pseudomutualità ogni tensione viene vissuta come una minaccia di distruzione e di rottura del rapporto e quindi accuratamente evitata; 2) per il destino degli investimenti emozionali, che nella mutualità sono pienamente percepiti e accettati e sono soggetti a cambiamenti, mentre nella relazione pseudomutuale si irrigidiscono e tendono a permanere immutati, dando un senso di vuoto e di soffocamento al rapporto. Sostiene Wynne che “la relazione pseudomutuale comporta un dilemma caratteristico: la divergenza è percepita come foriera di rottura della relazione e deve sempre essere evitata; ma se la divergenza è evitata, la crescita della relazione è impossibile”.

La situazione familiare pseudomutuale appare caratteristica a causa di un’organizzazione fissa, con un numero limitato di ruoli immutabili che assumono la valenza di stereotipi. La distribuzione dei ruoli non deve mai essere messa in discussione e deve apparire sempre giusta e desiderabile, un accordo deve sempre essere trovato al di là della divergenza. In queste famiglie e in queste coppie un comportamento aggressivo ed indipendente nei confronti della struttura stabilita dei ruoli viene vissuto come una catastrofe imminente, per cui al loro interno non vi è spazio né per la spontaneità, né per il dinamismo, né per la vera partecipazione, né per il cambiamento.

I membri agiscono come se la famiglia fosse un sistema autosufficiente delimitato da una linea di confine completa, che si può estendere per includere ciò che appare funzionale al mantenimento del sistema e per espellere ciò che non lo è: ciò che Wynne denomina “la barriera di gomma”. Nelle famiglie pseudomutuali si impiegano vari meccanismi per mantenere la situazione: 1) la creazione di una sottocultura familiare di miti, leggende ed ideologie, 2) l’approvazione indiscriminata come modalità di rinforzo dei ruoli, 3) la segretezza, 4) la tendenza ad istituzionalizzare le esperienze, 5) l’uso di intermediari tra i membri della famiglia. Tutto è funzionale, dunque, alla conservazione rigida della struttura interna, persino, paradossalmente, il mezzo elastico della barriera di gomma.

L’importanza delle osservazioni e del pensiero di Wynne risiede nell’avere colto un fattore, o meglio una variabile fondamentale, per mezzo della quale esplorare in un’ottica dimensionale, e quindi di continuità, la relazionalità normale e quella patologica: il rapporto tra relazione e identità, che in altri termini si potrebbe vedere sotto il profilo del sottile equilibrio, già messo in luce, tra coesione e individuazione.

 

6.4 Incompatibilità di carattere

 

Al di là dell’accezione popolare del termine “incompatibilità di carattere” tra due persone, resta il concetto, scientificamente e clinicamente fondabile in chiave psicopatologica, di una distorsione relazionale definita da un mancato o impossibile incontro tra le personalità di due partner che si impegnano in una relazione di coppia, a causa di aspetti di esse reciprocamente respingenti. La questione è se tali aspetti, che allontanano i componenti della coppia, debbano ritenersi opposti o simili, ricordando che un certo grado di opposizione (ma evidentemente non di contrapposizione) è necessaria per la complementarietà, laddove la similitudine spinta fino all’eguaglianza può essere fonte di distanziamento. Ricorrendo a una metafora mutuata dalla fisica, così come le particelle di carica opposta si attraggono e si annullano e quelle di carica uguale si respingono, allo stesso modo la compatibilità di due elementi in relazione tra loro dovrebbe consistere nella risultante di una distribuzione delle forze attrattive tale da non determinare l’annullamento degli elementi e da mantenerli in una prossimità che non li disperda. Ancora una volta si ripropone l’antinomia tra separazione e fusione, alla ricerca della distanza relazionale ottimale, problema che i terapisti di coppia hanno tentato empiricamente di risolvere.

Altro versante da cui guardare alla questione è quello della scelta oggettuale, che in psicoanalisi, sostengono Laplanche e Pontalis (1967), “include l’idea del carattere irreversibile e determinante dell’elezione da parte del soggetto, in un momento decisivo della sua storia, del suo tipo di oggetto d’amore”. Per Freud (1905, 1914), infatti, la scelta oggettuale discende da modelli infantili e l’ineludibilità della sua natura dipende dal carattere transferale o coattivo della ripetizione dello schema relazionale infantile in età postpuberale. Egli distingue una scelta oggettuale per appoggio o anaclitica e una scelta oggettuale narcisistica: nella prima il soggetto trasferisce la pulsione originaria su un oggetto d’amore che ha a che fare con la nutrizione, la cura e la protezione così come da bambino le ha ricevute; nella seconda il modello è la relazione con la propria persona e l’oggetto può rappresentare di volta in volta aspetti reali, ideali, nostalgici o di completamento di sé.

Queste modalità di scelta possono essere compresenti in vario grado ma, soprattutto, non sono univoche nella loro (apparente) contrapposizione: così la scelta anaclitica, modellata su un appoggio delle pulsioni sessuali su quelle di autoconservazione (il seno come oggetto d’amore e come fonte di calore e nutrimento), è per certi versi anche profondamente narcisistica, mentre la scelta narcisistica, come ben si vede nei soggetti incapaci di amare ma con un bisogno disperato di essere amati, è anche strutturalmente d’appoggio.

Qui si propone una tematica che ha fondamentali ricadute nella clinica, ad esempio dei disturbi di personalità. Infatti nelle personalità dipendenti l’oggetto di dipendenza è funzionale al mantenimento di un assetto interno dalle sembianze unitarie e coese, che per esprimersi ha bisogno di un sostegno esterno assimilato come un appoggio interno anaclitico; da questo punto di vista si può forse dire che tale completamento di sé costituisce una funzione narcisistica. D’altra parte le personalità narcisistiche, nel tentativo di soddisfare i propri bisogni di rispecchiamento e di idealizzazione, stringono relazioni con oggetti-Sé, che sono del tutto strumentali all’autoimplementazione e al rafforzamento dell’immagine di sé, ma che realizzano di fatto un appoggio di autoconservazione. La  differenza è che nei dipendenti la modalità con cui l’oggetto è associato a sé è passiva, nei narcisisti è attiva e manipolativa. Sotto questo profilo è ben difficile che un assortimento di coppia tra un dipendente e un narcisista risulti compatibile, come si potrebbe essere propensi a credere vista la loro apparente patologica complementarietà.

Il discorso sui disturbi di personalità introduce quello della coppia disfunzionale costituita come addizione o potenziamento di due individuali debolezze. E’ ovvio che nel rapporto di coppia entrambi i componenti recano le “ferite” o le “falle” intrapsichiche o relazionali che hanno accumulato negli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima età adulta; si può aggiungere che se il partner è in grado di apportare l’elemento mancante o complementare, il rapporto può offrire gli ingredienti per un’esperienza curativa che duri tutta una vita. Ciò non avviene quando sfortunatamente il partner non ha la capacità di fornire questa risorsa terapeutica naturale, oppure quando, come spesso accade, entrambi i componenti hanno una personalità compromessa, cosicché non hanno i mezzi per fungere da agenti curativi reciproci. Il concetto di incompatibilità del carattere nasce in seno a tale difficoltà relazionale interpersonale della coppia, quando sono carenti le risorse terapeutiche naturali nell’una e/o nell’altra parte.

 

 7. Conclusioni

 

Come si è visto, le distorsioni della relazione interpersonale rappresentano una classe di disturbi psico-relazionali in cui la coppia e il suo funzionamento possono essere assunti come oggetto clinico e di studio. Il concetto di distorsione rimanda a una psicopatologia dimensionale, descrittiva non di entità nosografiche discrete e nettamente distinte l’una dall’altra, bensì di un continuum che va dalla normale relazione ai rapporti di tipo psicotico. Certamente anche in questa accezione esiste un breaking point, identificabile nella perdita da parte della coppia della elasticità e della plasticità a favore di un irrigidimento e di una stereotipizzazione, ma ciò può essere considerato il risultato di una “torsione” eccessiva delle dinamiche di coppia, con tutti i gradi intermedi di tale processo, prospettiva che non appartiene alla competenza di una psicopatologia categoriale, come quella ad esempio del DSM-5 (2014).

Le distorsioni della relazione interpersonale comportano tre ordini di conseguenze: 1) un certo livello di sofferenza (distress) individuale, di coppia o familiare, 2) una sintomatologia che si esprime relazionalmente e 3) un determinato grado di patogenicità che tende a colpire elementi deboli o indifesi, come i figli o il coniuge più vulnerabile. A queste conseguenze bisogna aggiungerne altre due, che hanno a che vedere con la storia della coppia e il costruirsi della relazione: 1) un attaccamento eccessivo al passato: nelle relazioni distorte i partner continuamente rivangano il passato, talvolta in senso nostalgico, più spesso in modo recriminatorio e rivendicativo, da vertici diametralmente opposti (e contrapposti); in tale “rivisitazione” della storia della coppia, vere e proprie regressioni fino ai punti di repere traumatici, le famiglie d’origine riacquistano peso e valore ed esercitano specifiche attrazioni morbose nei confronti dei coniugi; 2) un blocco del progetto relazionale esistenziale: la coppia sembra arrestarsi in un eterno presente, concreto e oggettivato in una sorta di iperrealtà, senza più la capacità di sviluppare una dimensione immaginativa o simbolica, smarrendo il progetto, quella protensione verso il futuro, carica di promesse e di speranze, che aveva caratterizzato gli albori della relazione.

Quanto alle cause, la precedente disamina sulle dinamiche psicologiche dell’individuo e della coppia, come possibili punti di vulnerabilità e di debolezza, e sui processi psicopatologici che da questi si dipanano, ha avuto lo scopo di presentarne una panoramica esemplificativa se non esauriente, ma soprattutto di dimostrare che la relazione interpersonale si costituisce come un soggetto di psicopatologia. Il forte richiamo del DSM-5, nel modello diagnostico alternativo dei disturbi di personalità, al funzionamento interpersonale, nelle sue due declinazioni dell’empatia e dell’intimità, è chiaramente orientato alla psicopatologia relazionale. Il gruppo dei disturbi di personalità è invero eterogeneo ma riconosce come denominatore comune, nella quasi totalità dei casi e contrariamente ai disturbi mentali, una forte caratterizzazione espressiva in chiave relazionale e sociale. Il disturbo di personalità tende, per così dire, per sua natura a manifestarsi e ad esaltarsi nell’incontro con l’altro, dunque nell’area dell’interpersonalità. Ciò è possibile constatare a partire dalle caratteropatie di grado più severo, si pensi all’asocialità schizoide o alla diffidenza e persecutorietà paranoide, a quelle cosiddette intermedie, ove troviamo l’instabilità borderline, l’antisocialità, la seduttività istrionica e il narcisismo, a quelle di livello nevrotico, tra cui spiccano la dipendenza e la sociofobia evitante. Il carattere stabile, per definizione, dei disturbi di personalità li rende così paradigmi ideali non solo di una determinata disposizione relazionale, ma anche di una modalità effettiva di porre in essere una relazione, gettando un ponte dalla psicopatologia personale verso una psicopatologia interpersonale o sociale, in ciò supportati dalle moderne tendenze della fenomenologia e della psicoanalisi.

 

 

 

 

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