Psicodinamica del serial killer </h1> <br> Gianluca Santoro, MSc, & Adriano Schimmenti, PhD

Psicodinamica del serial killer


Gianluca Santoro, MSc, & Adriano Schimmenti, PhD

 

Psicodinamica del serial killer

 

Gianluca Santoro, MSc, & Adriano Schimmenti, PhD

Università degli Studi di Enna “Kore”

 

Abstract

In questo articolo presentiamo tre domini fondamentali per la comprensione del funzionamento psicologico del serial killer: (a) onnipotenza e desiderio di dominio; (b) amore sadico per l’oggetto; (c) ritiro nella fantasia, diniego e dissociazione. L’analisi di questi domini consente di individuare i processi motivazionali, cognitivi e relazionali che caratterizzano l’assassinio seriale. In particolare, proponiamo una cornice teorica orientata psicodinamicamente, secondo cui esperienze traumatiche infantili e fattori psicobiologici predisponenti alle condotte violente sarebbero responsabili dello sviluppo deviante della personalità del serial killer.

Parole chiave: serial killer, psicodinamica, trauma, fantasia, dissociazione.

 

 

Introduzione

Secondo le indicazioni fornite dal Behavioral Analysis Unit (BAU) del Federal Bureau of Investigation (FBI), il termine serial killer indica l’autore di due o più omicidi commessi in momenti temporali differenti. Tale definizione delinea certamente il comportamento dell’assassino seriale, ma non esplica quali dinamiche motivazionali e quali fattori intrapsichici siano coinvolti nel fenomeno in questione. A tal proposito, è elevato il numero di classificazioni presenti in letteratura volte a identificare le categorie in cui possono essere suddivisi gli assassini seriali (ad es., Canter et al. 2004; Dietz 1986; Holmes & DeBurger 1988; White et al. 2010), e ciò chiaramente denota un certo disaccordo circa i fattori coinvolti nel fenomeno in questione. A titolo esemplificativo, è possibile evidenziare quanto siano diametralmente opposte le opinioni di Holmes e DeBurger (1988) e Canter et al. (2004) su come dovrebbero essere distinti i serial killer. Se per i primi sarebbe utile delineare quattro specifiche tipologie di serial killer, ovvero il visionario, l’orientato alla missione, l’edonistico e l’orientato al potere/controllo, per Canter e collaboratori il potere ed il controllo sulla vittima non identificherebbero una motivazione specifica,  e quindi una categoria discreta, ma costituirebbero una caratteristica comune a tutti i serial killer.

In questo campo d’indagine non privo di dissenso circa alcuni elementi, è possibile allo stesso tempo individuare un certo accordo concernente alcune specifiche caratteristiche del serial killer. Quest’ultimo viene spesso raffigurato come un soggetto psicotico o psicopatico con una storia di ripetuti e continuativi traumi esperiti durante l’infanzia. A queste caratteristiche vengono poi spesso associate numerose parafilie e l’utilizzo persistente della fantasia autistica come meccanismo di difesa (Hickey 2010; Giannangelo 2012). In particolare, l’omicidio stesso potrebbe costituire una peculiare forma di gratificazione sessuale e, come specifica Schlesinger (2008), la sessualità potrebbe costituire la dinamica motivazionale primaria dei serial killer. Secondo l’autore, il termine “seriale” non sarebbe, infatti, adeguato a spiegare il funzionamento intrapsichico di questi soggetti, e pertanto propone il termine “compulsivo” per porre in evidenza la spinta interna che condurrebbe l’assassino a commettere i propri omicidi. Douglas et al. (1992), proprio per fare riferimento all’attività sessuale su cui si basa la sequenza di atti che conducono alla morte della vittima, utilizzano specificamente il termine “omicidio sessuale” per distinguerlo da altre forme omicide.

Al fine di comprendere il comportamento dei serial killer, sembra quindi utile esplorare i domini esperienziali, motivazionali e relazionali di tali individui per meglio delinearne le caratteristiche del funzionamento mentale e gli assunti emotivi e cognitivi che li guidano. In questa sede intendiamo proporre, in accordo con una prospettiva psicodinamica focalizzata sui fattori motivazionali, sulle relazioni oggettuali e sui meccanismi di difesa prevalentemente presentati dai serial killer,  la tesi che gli assassini seriali presentano solitamente in modo contemporaneo le seguenti aree di funzionamento mentale altamente disadattive: (a) come fattore motivazionale principale, il desiderio di onnipotenza e dominio; (b) come relazione oggettuale dominante, l’amore sadico per l’oggetto; (c) come difese organizzatrici della personalità, il ritiro nella fantasia, il diniego e la dissociazione. Di seguito analizzeremo tali aree indipendentemente.

Onnipotenza e desiderio di dominio

Una delle caratteristiche salienti dei serial killer può essere identificata in un senso grandioso di sé e nel disprezzo mostrato nei confronti delle altre vittime. Le parole di Ted Bundy, colpevole di aver commesso tra i trenta e i quaranta omicidi, ne forniscono un chiaro esempio: “Sono il più freddo figlio di puttana che tu abbia mai visto. Non me ne frega un cazzo di quelle persone” (Hickey 2010, p. 154, trad. nostra). Talvolta, per il serial killer sembra necessario mostrare la propria grandiosità e il proprio orgoglio per i crimini commessi. È il caso di Dennis Rader che, con lo pseudonimo di “BTK” (Bind, Torture, Kill, ovvero: lega, tortura, uccidi) presentò ai media e alla polizia informazioni dettagliate circa i propri omicidi al fine di rivendicare la propria gloria (Ramsland 2006).

A parere di Meloy (1998) un senso di sé tanto grandioso e malevolo, come quello di Bundy e di Rader, è tipico della psicopatia, dallo stesso autore definita come una variante dell’organizzazione di personalità narcisistica caratterizzata da “un’eccessiva quantità di aggressività istintuale e dall’assenza della capacità relazionale oggettuale di creare legami” (p. 3). Si tratta dunque di una patologia del carattere la cui grandiosità manifesta e il cui comportamento violento sarebbero volti, in ultima analisi, al dominio e al controllo del proprio mondo interno, abitato da oggetti persecutori che minaccerebbero costantemente la struttura del sé.

In questa prospettiva, il mondo interno del serial killer può essere concepito come un mondo dominato da oggetti interni aggressivi e sadici, talvolta originatisi nelle prime esperienze relazionali con le proprie figure di accudimento, con le quali l’individuo si è successivamente identificato (Schimmenti 2017). L’ipotesi originale di Meloy (1998) è che una predisposizione psicobiologica (ad es., l’iporeattività autonomica) possa interagire con fattori ambientali corrispondenti ad inadeguate cure genitoriali. Come specifica Tustin (1981) il bambino nelle sue prime fasi di vita sarebbe soggetto a numerose sensazioni percepite a livello epidermico, e classificabili come “dure” o “morbide”. Meloy (1998) mostra come, nel caso in cui il genitore non presti particolare attenzione alle modalità di cura, il bambino possa essere soggetto ad eccessive sensazioni “dure” a seguito delle quali si svilupperebbe una sfiducia di base nei confronti dell’ambiente esterno (Erikson 1950) e un’identificazione con l’“oggetto-sé estraneo” (Grotsein 1982) a livello delle rappresentazioni concettuali (Meloy 1985). Tale identificazione costituirebbe l’unica forma possibile di interiorizzazione per il serial killer, mirata a contrastare la paura atavica di un’aggressione proveniente al di fuori dei propri confini somatici. In tal modo, la relazione oggettuale diviene perversa e persecutoria, capace di orientare ulteriormente il soggetto verso una sorta di relazione sadica primaria con i potenziali oggetti di amore, in cui è il potere distruttivo diretto verso l’oggetto la fonte dell’eccitazione. In tal senso, la tendenza alla manipolazione e al dominio dell’altro tipica del serial killer si costituirebbe come il bisogno di “trionfare” sull’oggetto. In un processo di purificazione (Bursten 1973), il serial killer può evacuare le proprie parti vulnerabili ed impotenti per poter attuare nuovamente l’identificazione con il proprio oggetto-sé estraneo e sperimentare, conseguentemente, un senso di grandiosità espansa. Le condotte di Rader circa la rivendicazione della propria gloria potrebbero essere interpretate, pertanto, come il bisogno di alimentare la struttura del sé grandioso attraverso condotte implicanti la svalutazione ed il disprezzo degli altri.

Il modello di Meloy circa gli effetti delle inadeguate cure genitoriali nell’infanzia sembra ben riflettersi nell’opinione generale secondo cui all’origine dell’omicidio seriale possano essere individuati contesti maltrattanti ed abusanti, delineatisi come traumatici (ad es., Beasley 2004; Giannangelo 2012; Hickey 2010). Eppure, sembra opportuno sottolineare come la storia di alcuni serial killer sia caratterizzata non solo da inadeguate esperienze relazionali nella primissima infanzia, ma anche più avanti. Kemper e Dahmer, ad esempio, furono vittime di figure di accudimento emotivamente trascuranti e psicologicamente abusanti per la maggior parte della loro infanzia ed adolescenza (Newton 2000). Gli effetti della trascuratezza emotiva e dell’abuso psicologico sono ravvisabili nell’episodio di matricidio che coinvolse Ed Kemper. Denigrato e umiliato per anni dalla propria madre, un giorno Kemper decise di assalirla mentre dormiva. Con un martello in mano, le spaccò il cranio, poi la decapitò e infine ne stuprò il cadavere. Una volta terminato, gettò la trachea nel tritarifiuti. Questo gesto verrà poi commentato con le seguenti parole: “Sembrava appropriato […] tanto quanto lei aveva rotto e urlato e sbraitato contro di me per così tanti anni” (Newton 2000, p. 144, trad. nostra). Le parole di Kemper forniscono un senso, per quanto terrifico, ad un atto apparentemente delirante ma in realtà dalla forte componente simbolica. Uccidere la madre e stuprarne il cadavere non gli avrebbe permesso di far tacere quella “voce” che per anni aveva minacciato costantemente la propria struttura del sé, vulnerabile ed impotente; provava invece il bisogno di aggredire il proprio oggetto interno persecutorio, proiettato all’esterno sull’organo, la trachea, che meglio rappresentava le caratteristiche di intrusione e persecuzione che aveva subito. Questo episodio, oltre a mettere in mostra la persistenza della minaccia causata dall’oggetto interno persecutorio, pone in evidenza i meccanismi proiettivi ed identificatori che danno ragione alla violenza omicida del serial killer, alimentata dal bisogno di “trionfare” sull’oggetto persecutorio stesso.

Amore sadico per l’oggetto

I temi del dominio e del controllo furono già affrontati da von Krafft-Ebing (1886), il quale mostrò come l’inflizione della sofferenza possa provocare in alcuni soggetti un’eccitazione di natura sessuale. L’autore coniò il termine “sadismo”, riferendosi all’opera del marchese de Sade, per indicare tale associazione tra sessualità e violenza. Nell’ambito dell’omicidio seriale, e in particolar modo di quello sessuale, è possibile intravedere l’utilizzo di numerose pratiche violente da parte degli assassini al fine di ottenere una gratificazione di tipo sessuale. Talvolta queste pratiche sono ben organizzate e attuate mediante un apposito “kit” preparato in precedenza. Così, il corpo della vittima subisce numerosi atti violenti pre- e post- mortem, e l’omicidio rappresenterebbe solo una parte del processo. In particolar modo, sul corpo della vittima vengono talvolta applicati post-mortem  tagli, percosse, inserimenti di oggetti estranei e mutilazioni. Ciò accrescerebbe l’eccitazione sessuale, al quale può seguire la masturbazione o lo stupro del cadavere (cioé, l’atto necrofilico). Altre volte possono essere raccolti “oggetti” tratti dalla scena del crimine, e possono essere persino presenti atti di cannibalismo (Hickey 2010), anch’essi spesso carichi di una forte componente sessuale  (Martens 2011).

Lachmann e Lachmann (1995), sulla base della cornice teorica basata sui sistemi motivazionali offerta da Litchtenberg (1989; Lichtenberg et al. 1992), si soffermano su come tali pratiche possano costituire il prodotto di una confusione circa il ruolo del sistema avversivo e di quello sessuale a seguito di esperienze traumatiche subite durante l’infanzia. In particolare, i sentimenti di impotenza e solitudine derivanti dalle condizioni di abuso e trascuratezza provocherebbero un uso “massivo” del sistema avversivo che comprometterebbe, di conseguenza, la maturazione degli altri sistemi. Le condotte apertamente violente di questi assassini avrebbero allora lo scopo di espletare le funzioni degli altri sistemi motivazionali. In tal senso, lo smembramento della vittima potrebbe soddisfare il sistema esploratorio, così come  la stimolazione sensoriale sarebbe in grado di soddisfare il sistema sessuale. Gli atti di cannibalismo, invece, potrebbero essere relati al sistema dell’attaccamento. Gli autori aggiungono che tali sistemi motivazionali organizzerebbero le condotte violente e sessualizzate attraverso fantasie inerenti al dominio e al controllo dell’altro. In questo caso, solo la dimostrazione di un sé grandioso e onnipotente consentirebbe di fare spazio e soddisfare i bisogni relazionali negati durante l’infanzia. E’ in questo contesto, tanto perverso quanto paradossale, che si può riconoscere all’assassino seriale il suo specifico “amore” per l’oggetto, un amore sadico, malato e distorto che si fonde con l’odio profondo fino a diventare il proprio negativo, nella totale confusione delle spinte motivazionali.

Nel commentare il caso di Jeffrey Dahmer, Martens (2011) descrive come la profonda vergogna e la solitudine possano essere all’origine di un simile amore sadico. In particolar modo, soffermandosi sul tema del cannibalismo, mostra come questo non sia interpretabile solo come la manifestazione di un istinto distruttivo indirizzato all’oggetto (Klein 1957).  Piuttosto, pone in evidenza il profondo senso di intimità che Dahmer ricavava da tale condotta, interpretabile dal punto di vista simbolico come il desiderio di un’unione capace di contrastare i profondi sentimenti di solitudine. Il tema della fusione con l’oggetto viene sottolineato anche da Meloy (1998) a proposito della preferenza degli assassini sessuali verso le aggressioni che prevedono il contatto con la pelle della vittima (Levin & Fox 1985). Secondo l’autore la pelle costituirebbe un punto di “identificazione adesiva” (Bick 1968; Meltzer 1975) grazie al quale sarebbe possibile soddisfare il desiderio del ritorno ad una condizione fusionale con la propria madre.

Nonostante l’interpretazione sopra riportata, Martens (2011) non esclude che l’invidia giochi un ruolo decisivo nell’atto del cannibalismo. L’invidia verso l’oggetto d’amore, infatti, sarebbe al servizio della rabbia cannibalistica in risposta ai profondi sentimenti di vergogna esperiti. Ancora, è stato posto in evidenza come le condotte sadiche ed erotizzate messe in atto da Dahmer possano contrastare i sentimenti di inadeguatezza ed impotenza associabili alla paura di castrazione (Sadock & Sadock 2007), declinata nella paura della solitudine e delle conseguenze delle sue scarse abilità sociali. Come ben sappiamo, però, non vi è angoscia di castrazione in assenza di un oggetto che si desidera amare e di un terzo che può attuare la castrazione, anche se quel terzo è incorporato come oggetto interno scisso e dissociato.

Le posizioni fin qui delineate pongono in rilievo come la privazione dei bisogni fondamentali del bambino e la violenza esercitata sullo stesso possano produrre sentimenti di inadeguatezza ed inferiorità, che nel serial killer vengono fronteggiate attraverso condotte altamente sadiche tese al controllo e alla manipolazione dell’altro e della relazione. A questo proposito è interessante notare come Bader (2002), nell’affrontare la perversione, ipotizzi che solo in condizioni di sicurezza, al riparo da sentimenti di colpa e vergogna, sia possibile eccitarsi sessualmente. Solo quando l’oggetto è sotto il proprio controllo diviene dunque possibile per il serial killer trarre piacere dalla propria immagine e dalla propria sessualità.

Ritiro nella fantasia, diniego e dissociazione

La fantasia assume un ruolo fondamentale nel funzionamento psichico del serial killer. In particolar modo, sogni ad occhi aperti possono precedere la commissione degli atti violenti ed essere responsabili dell’eccitazione che spingerebbe l’assassino sessuale a commettere il reato.

Occorre sottolineare che fantasie dai contenuti sessualmente devianti non sono patognomiche del funzionamento dei serial killer. Fantasie sessuali dai contenuti socialmente devianti possono essere infatti presenti anche all’interno della popolazione generale (Crepault & Couture 1980; Greendlinger & Byrne 1987). Nel tentativo di delineare un modello evolutivo che possa spiegare le dinamiche psicologiche implicate nell’assassinio seriale, tuttavia, diversi autori hanno posto in evidenza l’importante funzione che la fantasia svolgerebbe sin dall’infanzia. Sulla base del concetto di “catatimia” elaborato originariamente da Wertham (1932, 1937),  Sears (1991) delinea quattro differenti fasi associate al fenomeno dell’omicidio seriale: 1) il presentarsi di un disturbo del pensiero che segue a un evento precipitante o traumatico; 2) la pianificazione di un comportamento violento accompagnata da una forte tensione interna verso la sua realizzazione; 3) la commissione dell’atto violento; 4) la riduzione della tensione interna accompagnata da un senso di rilassamento e dalla scoperta della gratificazione e del senso di potere generati dall’omicidio. In particolare, il disturbo del pensiero che si instaurerebbe nella prima fase sarebbe il riflesso dell’attività fantastica conseguente alle esperienze di maltrattamento. Questa attività sarebbe responsabile di un senso di onnipotenza e controllo derivante da fantasie primitive caratterizzate dal desiderio di possedere l’altro rifiutante o abusante, e contribuirebbe a ostacolare la maturazione delle capacità relazionali del futuro serial killer. Un tale “disturbo del pensiero” è ravvisabile in un episodio che vide come protagonista Kemper, che, in tenera età, confidandosi con la sorella circa la propria cotta verso la maestra, sembrerebbe aver dichiarato di doverla uccidere prima di poter stare con lei (Newton 2000).

Lachmann e Lachmann (1995) a tal proposito affermano esplicitamente come il ritiro nella fantasia sia volto a rovesciare le condizioni di abuso infantile. Si tratta di un vero e proprio processo primitivo di rovesciamento nell’opposto, in cui la risposta alla situazione abusante diviene la sessualizzazione (Schimmenti 2012). Lachmann e Lachmann affermano infatti che “mediante esperienze che fungono da organizzatori in cui l’abuso è inflitto sui simboli dei primi abusatori, il dolore è trasformato in piacere sessuale e sensuale, e l’impotenza è convertita in efficacia e auto-affermazione attraverso il dominio, il controllo e la grandiosità” (Lachmann & Lachmann 1995, p. 21, trad. nostra).

Soffermandosi sui rapporti tra il disturbo di personalità multipla, oggi definito disturbo dissociativo dell’identità (DSM-5; American Psychiatric Association 2013), e la fantasia (Young 1988), Carlisle (1993) pone in evidenza come la fantasia non solo agirebbe difensivamente contro le esperienze dolorose infantili, rinnegandole e trasformandole nell’opposto, ma contribuirebbe alla formazione di un’identità alternativa responsabile degli omicidi che verranno poi commessi. Il “lato oscuro” in questo caso, nella natura più perversa e distruttiva dell’Ombra in riferimento all’archetipo junghiano (Jung 1934), segnalerebbe una personalità profondamente divisa in una parte adattata al proprio contesto sociale (la “maschera” della persona nel suo interagire nel mondo) ed in una violenta e sadica. In una prospettiva junghiana, quindi, la fantasia nel corso del tempo diverrebbe un’attività mentale sempre più frequente e autonoma nel serial killer, tanto da condurre alla realizzazione dell’omicidio quando si presentano le circostanze più volte immaginate nella propria mente. Con il primo omicidio, l’Ombra diverrebbe così sempre più potenziata, fino a costituire una parte scissa, non integrabile, eppure stabile della personalità, che con il passare del tempo tenderebbe ad esercitare un’influenza sempre maggiore su quelle aree del funzionamento mentale in grado di sperimentare sensi di colpa. La dissociazione, come processo mentale che è alla base di disconnessioni difensive nella coscienza e nelle sue funzioni (Schimmenti 2018), interverrebbe in questo contesto per non esperire il dolore che ha determinato l’emergere dell’Ombra in questa forma distruttiva e sadica, e sarebbe sostenuta da meccanismi di idealizzazione verso il proprio lato oscuro grazie ai quali quest’ultimo può assumere il pieno controllo.

Il ruolo fin qui delineato della fantasia come strumento volto a denegare (Freud 1936) gli aspetti di sé vulnerabili ed impotenti associati al trauma segnala l’instaurarsi dell’omicidio nel serial killer come un “rifugio della mente” (Steiner 1993), un’area psichica caratterizzata da sentimenti di onnipotenza assoluta sugli oggetti. A differenza della visione freudiana circa il feticismo (Freud 1927), l’omicidio seriale  poggerebbe quindi, in tal senso, su un processo dissociativo che non è teso a rifiutare l’assenza del pene materno (in quanto rappresentante dell’angoscia di castrazione, ed in termini più ampi della realtà esterna), quanto piuttosto la realtà interna, dominata da introietti sadici che minacciano costantemente la struttura del sé, oltre che da profondi sentimenti di vergogna, solitudine ed impotenza non tollerabili.

Conclusioni

Le tesi fin qui riportate sostengono l’ipotesi secondo cui all’origine del fenomeno dell’omicidio seriale vi siano esperienze di abuso e trascuratezza responsabili dell’interiorizzazione di oggetti sadici e annichilenti, dal quale il serial killer si è difeso attraverso un primitivo ritiro nella fantasia, luogo in cui si strutturerà un funzionamento mentale volto a preservare la sopravvivenza psichica attraverso meccanismi di diniego e dissociazione sostenuti da forme primitive di interiorizzazione dell’aggressore e condotte apertamente sadiche. In tal senso, i traumi relazionali vissuti nello sviluppo (Schimmenti & Caretti 2016) sembrano interagire con i fattori biologici predisponenti alle condotte violente (Hickey 2010), instaurando quelle forme di funzionamento mentale che possono esitare, al loro estremo, nella personalità dell’assassino seriale.

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