Il rapporto tra Psicologia Analitica e Trascendenza- L’ inquietante interrogativo  ereditato dal “Libro Rosso” di Jung </h1> <br> Antonio Grassi, Sandra Berivi

Il rapporto tra Psicologia Analitica e Trascendenza- L’ inquietante interrogativo ereditato dal “Libro Rosso” di Jung


Antonio Grassi, Sandra Berivi

 

Il rapporto tra Psicologia Analitica e Trascendenza- L’ inquietante interrogativo ereditato dal “Libro Rosso” di Jung

 

di Antonio Grassi e Sandra Berivi

 

Sommario

La Psicologia analitica nel dare una risposta panteistica all’interrogativo religioso dell’uomo , pur offrendo un costrutto teorico sulla psiche di grandissima e avveniristica attualità, non risponde al bisogno archetipico della Trascendenza, nascosto nel punto più profondo dell’animo umano. In questo lavoro cerchiamo di illustrare le ragioni di una siffatta mancanza, ma anche di prospettare un ulteriore percorso che la psicologia analitica può aprire verso risposte più radicali al bisogno religioso dell’uomo.

Parole chiave:Psicologia Analitica, Scienza, Fede, Trascendenza

Introduzione

Jung pone al centro della sofferenza psichica il problema religioso che attanaglia il soggetto nevrotico ed è all’origine dei suoi sintomi. Come abbiamo già scritto in un altro lavoro (Grassi, 2010b), egli condivide questo assunto di base con Robert Langs (1988a) ideatore della psicoterapia comunicativa, e con W. Bion(1970), psicoanalista Kleiniano, tra l’altro suo grande ammiratore ed estimatore.

Ad una prima lettura de’ Il “Il Libro Rosso” potrebbe sembrare che in esso emerga una risposta valida al problema religioso di tutti gli esseri umani, identificata nel processo di individuazione quale percorso “iniziatico” che ciascuno di noi è chiamato a seguire per realizzare il senso della propria esistenza terrena. Se ci fermiamo a questo livello di analisi del Libro, effettivamente Jung individua nella Psicologia Analitica un metodo ed un costrutto teorico di riferimento fondamentale: precisa infatti che il significato e l’obiettivo profondo del “suo” processo di individuazione, sarà lo sviluppo scientifico della Psicologia Analitica a partire dalla sue matrici storiche: l’Alchimia e, ancor prima, la Gnosi. Se però approfondiamo la disamina delle sue ricerche interiori dobbiamo prendere atto che l’autore fa altre essenziali precisazioni: dichiara in modo deciso che il suo libro è una specie di diario di bordo di un percorso individuativo che è il suo personale tragitto esistenziale, con scelte specifiche, che non possono essere condivise in termini di affiliazione, o di imitazione, o di scimmiottamento. In tal senso dichiara che non potranno mai esserci veri Junghiani; ognuno ha e percorre una  propria strada. Effettivamente Jung, tramite il suo Io immaginativo e il suo Io onirico compie delle scelte che avranno ovviamente delle ricadute sullo sviluppo non solo della sua teoria psichica ma anche, e soprattutto, sulla concezione dell’etica della psicologia del profondo. Non parliamo a caso di etica. Alla fine del Libro di fronte all’alternativa postagli da Elia tra la  scelta di una “mistica tellurica”, rappresentata da Salomè, e l’alternativa di una “mistica celeste”, rappresentata da Elia medesimo, risponde che egli è un uomo e quindi non può seguire la via di Elia. Salomè nell’allontanarsi con Elia gli lancia uno sguardo ammiccante. Ci siamo chiesti perché Jung sceglie Salomè, dando poi, in questo modo, la stura ad un orientamento successivo della Psicologia Analitica che ha comportato la relativizzazione dei valori etici. Come Psicologi Analisti ad orientamento comunicativo, sovente nostro malgrado, siamo ormai avvezzi a ricercare le origini delle teorizzazioni intellettuali, dei modelli relazionali e dei comportamenti umani in motivazioni profonde inconsce, spesso piuttosto sgradevoli per la coscienza. Dobbiamo dire che da un po’ di tempo anche lo sviluppo del pensiero di Jung è sotto il focus di questa nostra attenzione. Ne stiamo conducendo un’analisi nel pieno rispetto della verità fondamentale, dall’autore medesimo formulata, secondo la quale nessun analista potrà mai condurre il proprio paziente al di là del proprio limite di sviluppo psicologico. Crediamo che evidenziare i valori del suo lavoro e coglierne i limiti, laddove essi appaiano in tutta la loro evidenza, sia da parte nostra una doverosa testimonianza della stima verso l’autore. Ciò proprio nell’intento di sviluppare ulteriormente le ricchezze nascoste nelle sue intuizioni, in modo da buttare via solo l’acqua sporca senza perdere il bambino.

In questo nostro lavoro proponiamo l’ipotesi che lo sviluppo della nuova disciplina psicoterapeutica denominata da Jung come Psicologia Analitica sia l’opera geniale ed originale dell’autore, ma, al tempo stesso, essa abbia il suo limite speculativo sul versante della esplorazione della dimensione religiosa. Cercheremo di dimostrare, tramite un’analisi approfondita ed articolata del Libro Rosso, che lo sviluppo del suo pensiero religioso si mantiene ad un livello immanentistico senza varcare la soglia della trascendenza a causa dell’irrisolto conflitto personale con la dimensione paterna. Nella nostra completa condivisione dei contributi già presentati sul Libro Rosso, che lo interpretano come l’espressione di un coincidenza sincronistica tra fatti e mutamenti catastrofici della realtà europea a Jung contemporanea e le sue vicissitudini personali, proprio per colmare la lacuna rappresentata da una debole e/o appena sfumata analisi della dimensione personale dell’autore coinvolta  in tali accadimenti sincronistici, ci siamo cimentati in una esplorazione di come l’Io di Jung abbia gestito i suoi conflitti personali  che di quegli eventi sincronistici facevano parte.

Premessa

1.1.0 La Psicologia Analitica ad Orientamento Comunicativo: una concezione antropologica della psiche radicata nella dimensione metafisico-teologica

La Psicologia Analitica quale scienza della mente appartiene ovviamente alla sfera antropologica, lo Spirito finito di Hegel, insieme all’arte e alla religione, e si pone come spettro conoscitivo  esteso tra cielo e terra, cioè tra Natura e Spirito Assoluto. La nostra ricerca si colloca in tale dimensione.

Durante la discesa della nostra coscienza verso il profondo, tramite sogni, associazioni, attività immaginativa, etc., incontriamo prima un sistema inconscio dell’Io cosiddetto di “superficie” Langs,1988a). In esso operano tutte le pulsioni predatorie  erotiche ed aggressive descritte da Freud. Questo livello pulsionale dell’Io inconscio è meccanicamente governato dai meccanismi di difesa descritti dalla psicoanalisi freudiana classica. Questi  ultimi conducono al fenomeno auto ed etero ingannevole del transfert , alle false teorizzazioni e alle illusorie e/o distorte interpretazioni della realtà. La parte inconscia dell’Io svolge essenzialmente la funzione dell’appagamento allucinatorio del desiderio, che consiste nella soddisfazione della pulsione di appropriazione inerente alla fantasia onnipotente edipica, anche a scapito della realtà (Fornari,1975). Viceversa, immergendoci ancora più a fondo, incontriamo la dimensione archetipica dell’inconscio, ove profondità ed altezza sovraconscia paradossalmente coincidono

 

. A tale dimensione sia Jung, sia Bion, sia Langs riconoscono un’attitudine percettivo-cognitiva interpersonale, che va al di là degli ordinari percorsi sensoriali e ci comunica, tramite il linguaggio simbolico o associativo-metaforico, le verità ed i significati autentici delle nostre ed altrui motivazioni relazionali e comportamentali. Tale spazio interiore si spinge però fino a poter aprire la nostra mente alla consapevolezza transpersonale delle regole di base della vita e dei significati spirituali ultimi dell’esistenza umana fino ad un’apertura alla trascendenza.

Questa premessa serva al lettore per comprendere la chiave di lettura che abbiamo utilizzato nella nostra disamina de “Il Libro Rosso”, in cui l’autore ha registrato le vicende di una traversata interiore particolarmente critica e travagliata. Questo travaglio lo conduce, nel periodo che va dal 1913 al 1928, a portare alla luce della cultura scientifica del XX° sec. i fondamenti psichici dell’impianto teorico e clinico della Psicologia Analitica: in particolare la concezione dell’archetipo e della Psiche Oggettiva, ossia la “Realtà dell’Anima”.  Gli archetipi costituiscono le strutture portanti della Psiche Oggettiva.

Archetipi e Psiche oggettiva

1.1.1 L’archetipo.

Per archetipo Jung intende una categoria a priori di esperienza e conoscenza, un pattern of behaviour non solo istintuale, pari a quello di marca etologica, ma anche immaginale, cioè squisitamente umano.

1.1.2 La Psiche oggettiva o Realtà dell’Anima.

scoperta di una trascendenza, non intesa in senso metafisico, della  Psiche oggettiva rispetto all’Io sia conscio sia inconscio. Vale a dire che la Psiche oggettiva si rapporta all’Io come ad un tu e viceversa. La “Psiche oggettiva”, altrimenti anche definita da Jung “Realtà dell’Anima”, ha pertanto una sua autonomia e, rispetto all’Io conscio, si comporta come una seconda personalità in possesso di una consapevolezza molto più estesa, profonda ed elevata. Essa, perciò, è dotata di una sua indipendente facoltà di valutazione, giudizio e volontà. A seguito di questa nuova e rivoluzionaria visione Junghiana della totalità della Psiche, abbiamo concepito l’idea che l’Io inconscio si rapporti, di conseguenza, in un modo analogo sia con il mondo esterno sia con il mondo interno della psiche oggettiva. Questi ultimi sono entrambi “Altro” rispetto all’Io conscio-inconscio. Formuliamo infatti l’ipotesi che, ad esempio, un meccanismo di difesa psichico considerato da Jung come fondamentale, la proiezione, possa intervenire da parte del lato inconscio dell’Io nei confronti non solo di figure del mondo esterno, ma anche di personaggi del mondo interiore nel momento in cui essi si presentano all’Io, ad esempio durante l’immaginazione attiva o un sogno. Il fine di questi meccanismi resta sempre lo stesso: la realizzazione allucinatoria della fantasia edipica onnipotente, orale o fallica, dell’Io inconscio a scapito della realtà, intendendo questa volta per realtà non solo quella esterna ma anche quella interiore dei personaggi della psiche oggettiva. Ci sembra che proprio Jung, ne’ “Il Libro Rosso”, si presenti a noi come un caso emblematico di ricorso da parte dell’Io inconscio a questo tipo di difesa interna nei confronti delle figure che emergono dal suo mondo interiore e lo animano. Ci riferiremo, a prova di questa tesi, ad alcune interpretazioni, a nostro avviso, distorte che Jung dà dei suoi interlocutori che affiorano dal profondo, soprattutto quelli significativi in merito al suo rapporto con il Sacro e in particolare con la Trascendenza (Elia e Filemone) . Queste interpretazioni distorte producono per la Psicologia Analitica grandi ed inquietanti interrogativi suscitati in noi dalla lettura contemporanea de’ “Il Libro Rosso” e delle memorie scritte in “Ricordi Sogni e Riflessioni”:

– Il rapporto negativo di Jung con il padre personale è stato determinante nel provocare la sua riluttanza nei confronti della Trascendenza metafisico-teologica?

– Il conflitto con Freud è stato condizionato dal suo originario rapporto negativo personale con il padre, un pastore protestante?

– di conseguenza, dato questo conflitto e una ipotetica soluzione onnipotente del medesimo, l’impianto della Psicologia Analitica riesce a mantenersi nei limiti antropologici di una Scienza del Sacro o rischia di travalicarli fino ad attribuirsi inconsapevolmente il significato di una Scienza Sacra panteisticamente fondata?

– In quest’ultima evenienza, la visione panteistica di Jung ha delle forti ricadute sul piano clinico,  sulla concezione dell’uomo, del rapporto uomo-donna e dell’etica?

In questo nostro lavoro intendiamo proporre preliminarmente la tesi che il maestro zurighese abbia seguito, sul piano dell’Io, un cammino di esplorazione interiore che lo condurrà ad individuare le origini ed i pilastri della Psicologia Analitica, mentre sul piano inconscio abbia ripercorso tutte le tappe del suo rapporto conflittuale edipico con la dimensione paterna, purtroppo non risolvendone la problematicità.

Proponiamo inoltre la tesi che Jung, inconsapevolmente, a causa della sua irrisoltà conflittualità con il paterno, amputi la totalità della psiche di una evidenza profonda insita nella Psiche Oggettiva da lui attraversata: l’esistenza di un archetipo della Trascendenza (Elia), cioè di una predisposizione a priori all’esperienza e alla conoscenza non intellettuale di Dio. Riteniamo inoltre che questa amputazione abbia avuto delle forti ricadute negative sulla sua concezione della struttura del rapporto uomo-donna e della spiritualità e che tali conseguenze siano rese evidenti in modo rilevante dal significato e dal ruolo che ne’ “Il Libro Rosso” e in “Ricordi, Sogni e Riflessioni” rivestono le immagini femminili associate  alle figure maschili oggetto del conflitto edipico di Jung: Sabina Spilrein per quanto concerne Freud, Salomè in riferimento ad Elia, Anima e Maria in relazione a Filemone.

Dobbiamo essere grati al maestro zurighese della cristallina trasparenza con cui ha messo a nudo nel testo tutti i moti della sua anima inconscia e del suo Io conscio ed inconscio. Infatti l’analisi, spesso anche impietosa, che condurremo sui pensieri, sui sentimenti e sui comportamenti, nonché sulle motivazioni inconsce dell’autore, è da interpretare come uno sguardo disincantato nello specchio della verità interiore non solo di Jung ma anche di ciascuno di noi.  Jung posso essere io, siamo noi, siamo tutti, e se concepiamo le nostre riflessioni e le nostre critiche come rivolte a uno Jung che ricalchi simbolicamente tutti noi, anche le nostre analisi più crude sull’opera dell’autore ci riguardano personalmente.

Analisi testuale

2.0.0 La vicenda negativa con Freud : il Conflitto Edipico interpersonale, culturale e valoriale di Jung

Jung sostenne che la sua opera è stata la sua vita personale votata alla scoperta della Psicologia Analitica e che proprio “Il Libro Rosso” sia scaturito dal distacco da Freud e dal conseguente periodo di sua crisi personale. Ci sembra appropriato, pertanto, fare alcune considerazioni sul come e sul perché Jung, a livello umano, e non solo teorico, si separò da Freud. Parliamo di separazione e non di lutto per sottolineare un dato essenziale:la separazione fisica, o anche teorica, tra due persone potrebbe non equivalere ad un effettivo reciproco distacco e conseguente lutto. Tutt’altro!  Allora che cosa accadde veramente nell’inconscio profondo tra Freud e Jung?

Onde evitare il ricorso ad autori che, con interpretazioni di parte , potrebbero anche aver travisato i fatti accaduti nella loro crudezza, allo scopo di rispondere a questa domanda abbiamo preferito fare riferimento alle parole scritte sull’argomento dallo stesso Jung in “Ricordi, Sogni e Riflessioni”(Jung,1961 :174-196).

Il racconto, che Jung fa del processo interiore che lo ha condotto alla separazione da Freud, rende palese al lettore sufficientemente smaliziato quanto egli abbia vissuto tutta un’ambivalenza edipica nei confronti del padre Freud: lo dimostrano in modo inequivocabile i sogni e anche le sue comunicazioni associative nel rapporto personale con lui. Accusava dentro di sé il suo maestro di voler elevare l’eros al rango di un dogma, di un numen religioso, e su questo argomento le sue osservazioni sono estremamente convincenti. Si sdegnava, però, di sentirsi accusato poi da Freud di voler passare per profeta. In realtà egli nello sviluppo della sua concezione della psiche, suo malgrado, finirà per incarnare proprio quel ruolo di profeta di una nuova disciplina, la Psicologia Analitica, per il quale aveva tanto criticato Freud. Manzoni, nei suoi “Promessi Sposi”, guardando due persone attribuirsi reciprocamente immagini criticabili, commentava: “si sono così scambiati i loro biglietti da visita”

In una circostanza di vita, Jung si trova a parlare con Freud durante una cena e inizia a dissertare in modo eccitato del suo interesse per i “cadaveri delle paludi” di alcune regioni della Germania Settentrionale. E’ noto che il maestro svenne e, appena si riprese, fece notare all’allievo che tutto il suo chiacchierare di cadaveri a tavola con lui significa che il discepolo avesse desideri di morte nei suoi riguardi. E’ nostro parere che Freud abbia percepito e interpretato correttamente le intenzioni inconsce del suo delfino, il quale gliele comunicava tramite le metafore associative costituite dai suoi racconti sui “cadaveri delle paludi” (ib.:190 e segg.).

In un’altra occasione, durante una discussione sul faraone Amenofi IV che, lo ricordiamo, al fine di instaurare la religione monoteista in luogo del diffuso politeismo della sua epoca, aveva distrutto tutti i cartigli sulle steli del padre, Freud sosteneva che Amenofi IV avesse agito un complesso paterno negativo, in sostanza un desiderio di uccidere il padre; Jung invece difendeva Amenofi IV affermando che il figlio del faraone combatteva solo contro il nome del dio Ammone e non contro il padre; solo per questo aveva cancellato quel nome da dovunque, quindi anche nei cartigli del padre. Ancora una volta, la seconda, Freud svenne (ib.:184). Anche in questa circostanza si potrebbe obiettare a Jung: se l’obiettivo di Amenofi IV era cancellare solo il nome di Ammone, perché distruggere tutti i cartigli del padre e non cancellare solo il nome del dio?

Tramite la discussione su Amenofi IV i due protagonisti, Freud e Jung, si stavano inconsapevolmente e reciprocamente comunicando, a nostro parere, il primo che stava percependo il desiderio inconscio del secondo di soppiantarlo e il secondo al primo che gli era legittimo farlo, altrimenti egli non poteva sostituirsi a lui nel regno della psicologia dell’inconscio.

A seguito di una valutazione analitica, anche soltanto di siffatti due brevi episodi, l’orientamento comunicativo della nostra psicologia analitica ci permette oggi di dire che Freud e Jung, in queste dispute, si avvertivano reciprocamente dei significati inconsci del loro rapporto tramite “derivati”, ossia metafore narrative. Ad una analisi cruda, ma a nostro avviso veridica, dello stesso racconto che ci fa della vicenda Jung, secondo questa chiave di decodifica delle comunicazioni inconsce tra i due , proprio da Junghiani dobbiamo ammettere che Freud aveva ragione. Sia gli svenimenti del maestro viennese, che possiamo pure inscrivere nella categoria dei sintomi di conversione che mimano l’obiettivo del desiderio inconscio di Jung di uccidere il padre, sia l’impermeabilità dimostrata da Jung alle argomentazioni del maestro,  testimoniano quanto  il complesso paterno negativo dell’autore fosse eccessivamente egosintonico e quindi del tutto inaccessibile ad una autoriflessione critica. A ineccepibile prova di tale motivazione parricida inconscia di Jung nei confronti di Freud citiamo, per l’appunto, il sogno di svolta della sua crisi con il maestro viennese. Esso rappresenta nella prima parte Freud come lo spettro di un vecchio doganiere austriaco, anziano, in uniforme che, camminando ricurvo, gli passava innanzi senza fare attenzione a lui (Jung,1961:174-196). Quale migliore espressione simbolica del complesso edipico dell’allievo nei confronti del maestro! Fu proprio Edipo che, nel mito, non tollerando che il padre passasse in una strettoia “senza fare attenzione a lui”, lo uccise.

Nel sogno, però, una voce femminile dice a Jung : ”E’ uno di quelli che non poterono morire veramente” (ib.:174-196). Perché il rapporto con Freud non era potuto morire veramente almeno fino a quel momento? Perché Jung continuava a mantenere in vita un rapporto che era già morto da anni? Ce lo dice forse Jung stesso, in maniera inconsapevole, tramite le sue associazioni: “Dogana= Confine. Ai confini si aprono le valigie e si esaminano se contengono contrabbando” (ib :174-196). In realtà,  ad una analisi impietosa, ma forse veritiera, il sogno  sembra avvertire  Jung che egli, quando diceva che doveva inchinarsi all’autorità intellettuale di Freud, cercava di contrabbandare, anche a se stesso, per  devozione e fedeltà al maestro un atteggiamento interiore che nel profondo si connotava come un desiderio di soppiantarlo. Facendosi apprezzare come suo giovane e geniale delfino, sperava forse in uno sdoganamento della sua professionalità analitica? Sul piano conscio Jung raccontava: ”Ai miei occhi Freud allora aveva già perso[…]la sua autorità[….]poteva trattarsi del desiderio di morte sospettato da Freud? No, io volevo a tutti i costi lavorare con lui” (ib :174-196). Così però contrabbandava a sé stesso la persuasione di voler lavorare con il maestro viennese, che era contestualmente smentita invece dalla sua nascosta disistima e dal disprezzo che rivelavano il suo desiderio inconscio di morte verso Freud.

Jung riesce invece a realizzare il suo desiderio di sdoganamento come innovatore della Psicologia del Profondo nella seconda parte del sogno, quando rappresenta se stesso nelle vesti di un Cavaliere del XII sec. , completamente armato, invisibile a tutti tranne che a lui medesimo. Un cavaliere pieno di vita, appartenente al secolo della nascita dell’alchimia e della ricerca del Santo Graal. Una storia che lo riconduce alla lettura che ne aveva fatto a 15 anni. Al vecchio padre doganiere succede il giovane cavaliere dell’adolescenza. In adolescenza, è ormai patrimonio acquisito della cultura analitica, è in gioco la pulsione di morte del giovane nei confronti del padre e il desiderio di essere il nuovo promettente eroe che incarna l’inconscio narcisismo onnipotente della madre. Una rappresentazione di sé come cavaliere del XII sec. , epoca della nascita dell’alchimia , da Jung considerata la madre della Psicologia Analitica. Un nuovo mondo, un regno in cui il vecchio padre viene spodestato dal giovane, che rinnova la vita e la cultura.

Il distacco da Freud si fa definitivo quando Jung formula la sua concezione dell’incesto, con la quale scalza quella di Freud. Per Freud l’incesto è un fatto quasi biologico, sicuramente concreto. Il bambino desidera veramente possedere il corpo della madre. Ad esso si può opporre solo il tabù perché la società possa sopravvivere. Jung non nega la realtà dell’incesto, ma sostituisce la concezione di Freud con la sua, realizzando così una forma di Edipo agito tra differenti concezioni teoriche: l’incesto riguarda le immagini interiori dell’inconscio, non bisogna opporre il tabù perché l’incesto ha un contenuto fortemente religioso, motivo per cui è presente in tutte le cosmogonie e in numerosi miti. Scrive Jung “Freud si atteneva all’interpretazione letterale e non sapeva cogliere il significato spirituale dell’incesto in quanto simbolo” (ib :174-196). Come egli stesso afferma, il complesso dell’incesto avrebbe una sua funzione positiva sul piano simbolico. Questa operazione, secondo noi, conduce Jung ad elaborare una concezione matriarcale dell’inconscio: la Grande Madre è, di fatto, l’archetipo fondante l’inconscio. L’incesto non riguarda la madre reale, ma la madre archetipica, e consente all’eroe di abbattere i valori sclerotizzati del conscio collettivo, cioè il Padre, sostituendoli con una nuova visione del mondo e della realtà. Il complesso dell’incesto continua, quindi, ad orientare entrambi gli autori, Freud concretisticamente come pericolo e Jung simbolicamente come meta agognata. In tutti e due i casi il Padre, comunque, deve essere ucciso: in Freud in quanto rappresentante dell’immagine interna punitivo-giudicante-superegoica del padre reale, in Jung quale incarnazione dei valori e delle norme del conscio collettivo, che bisogna distruggere per potersi avviare lungo il sentiero della propria individuazione.

Al contrario, secondo una modalità compensatoria, l’inconscio cerca di correggere questa visione del paterno di Jung con un sogno del  12 dicembre 1913. L’autore sogna di scendere in una cavità-caverna e di scoprire in profondità un corso d’acqua in cui galleggia il cadavere di un giovanetto biondo con una ferita sul capo. Dal profondo dell’acqua prima emerge un gigantesco scarabeo nero, e poi, da un’ulteriore profondità, un sole rosso appena sorto. Abbagliato dalla sua luce, Jung cerca di ricollocare la pietra sull’apertura della cavità, ma ne sprizzano fuori fiumi di sangue (ib :206-207). Lo psicoanalista zurighese riconduce questo sogno al dramma della morte e del rinnovamento che caratterizza il mito dell’eroe e del sole. Attribuirà i fiumi di sangue, già sognati in precedenza, ad una precognizione dell’imminente scoppio della prima guerra mondiale. Credo che non ci sia nulla da eccepire su questa interpretazione di natura archetipico-sincronistica, anche nelle sue implicazioni precognitive. Un riferimento però anche alla sua vicenda personale interiore l’autore svizzero lo evita tout court. Analizziamo ora, invece, il sogno sulla base dell’assunto di fondo del concetto Junghiano di sincronicità che prevede una corrispondenza tra eventi interiori ed avvenimenti esterni.  Secondo questa chiave di lettura la ferita che il giovane cadavere ha sul capo potrebbe anche simboleggiare il senso di castrazione vissuto da Jung nel rapporto con Freud. Il sogno sembra anche proporre che, andando in profondità, cioè non mantenendosi alla superficie del vissuto della castrazione, egli potrebbe incontrare prima l’enorme scarabeo nero, immagine paterna archetipica primordiale repellente,  poi  uno stato infinito di luce, di consapevolezza inconscia: il sole rosso di “mezzanotte”, che sta sorgendo. Il sole è un simbolo paterno. Ne possiamo così dedurre che a Jung l’inconscio profondo abbia prospettato un percorso interiore diretto alla riscoperta di una valenza archetipica paterna solare nel fondo dell’acqua delle sue emozioni. L’autore, spaventato dall’essere abbagliato da tanta luce, cerca di metterci subito “una pietra sopra”, anche se al prezzo di essere travolto da un’enorme emorragia di forze in questo conflitto. Al blocco posto alla luce della consapevolezza del paterno solare, seguirà però da parte di Jung anche il “metterci una pietra sopra” il rapporto con la donna-Anima con cui è coinvolto da una passione travolgente in quel momento della sua vita, cioè Sabina Spielrein.

Infatti nel sogno del 18 dicembre 1913, fatto qualche giorno dopo, egli, insieme con altri, deve uccidere Sigfrido, che, su un carro fatto di ossa di morti, scende a velocità pazzesca lungo un ripido pendio. Jung uccide veramente Sigfrido. Divorato dal rimorso e dal senso di colpa, sopraffatto dalla paura che il delitto possa essere scoperto, si dà alla fuga. Interviene uno scroscio di pioggia che spazza via ogni traccia del cadavere. “Una voce gli dice: ” Se non capisci il sogno, devi spararti”. (ib:206-208). Nelle sue memorie Jung precisa che nel cassetto del comodino aveva un revolver carico e che in quella circostanza cominciò a spaventarsi. L’autore interpreta la figura di Sigfrido come l’ideale inconscio dell’io soggiacente al suo atteggiamento cosciente, ne attribuisce la responsabilità ad un figura femminile e ne trae la conclusione che tale  ideale doveva essere ucciso perché non si addiceva più a lui. Proprio in questo modo Jung rivela, del tutto involontariamente, uno dei più gravi pericoli insiti nell’uso degli strumenti interpretativi analitici, siano essi  sogni siano  personaggi dell’Immaginazione Attiva. Vale a dire il trattare le immagini , sì, come personificazioni autonome del mondo interiore, ma del tutto avulse da qualsiasi rapporto con il concomitante contesto di vita concreta.  Viene così scotomizzato uno degli elementi fondamentali della lettura simbolica: la realtà. Il rischio che si corre è appunto quello di finire in spiegazioni auto ingannevoli che, lasciando i personaggi interiori preda di una loro definizione solo concretistica e non funzionale, producono una sorta di materialismo psicologico. Altro pericolo è insito nelle autointerpretazioni dei sogni, che possono essere non veritiere, ma determinate dai bisogni dell’Io inconscio di ciascuno di noi. Ci lasciano molto riflettere infatti alcuni particolari della vita di Jung in quel momento, che egli assolutamente scotomizza quando interpreta questa figura leggendaria. Non ci parla chiaramente della sua contemporanea relazione con Sabina Spielrein, molto intensa. Non ci riferisce  che il padre di Sigfrido si chiamava Sigmund (come Freud), che il più grande desiderio di Sabina era di avere un figlio da lui e dargli come nome Sigfrido, che questo bambino, nelle aspirazioni della Spielrein, avrebbe colmato il divario tra la sua natura ebraica e quella ariana di lui e che, infine, nella mente della Spielrein, Sigfrido poteva essere anche “una loro creatura simbolica originata dall’unione degli insegnamenti suoi [di Jung] con quelli di Freud” (Carotenuto,1980:16-17). Quest’ultima evenienza avrebbe però sovvertito l’equilibrio relazionale edipico di Jung in quanto avrebbe comportato non più soppiantare il padre, ma diventare padre nel  “sedersi alla sua destra”. Ci si perdoni l’analogia un po’ ardita!

La leggenda  narra infatti che Sigmund, il padre di Sigfrido, morendo, preannunciò alla consorte che avrebbero avuto un figlio, al quale egli morente lasciava i frammenti della sua spada. Sigfrido nella leggenda li aveva ereditati e con essi, riforgiandoli, aveva costruito l’unica nuova spada in grado di affrontare e sconfiggere il drago. Come Sigfrido, Jung avrebbe potuto ereditare lo strumento analitico di Freud, la spada fatta a pezzi, e , riforgiatola, avrebbe potuto sviluppare la nuova spada, la Psicologia Analitica, per affrontare il drago dell’inconscio, però integrando e non rinnegando il contributo freudiano. Questo era il desiderio nutrito dalla sua amante Sabina Spielrein. Noi riteniamo prezioso a tutt’oggi, per l’analisi dell’inconscio, l’apporto delle elaborazioni freudiane e del conseguente rigoroso setting analitico. Regole più o meno flessibili sono in genere segnali di una labilità dei confini interpersonali e del conseguente rischio di una promiscuità psichica, come non raramente accade in ambito junghiano, e non solo. Altro punto debole della Psicologia analitica Junghiana è l’analisi della pulsionalità freudiana, che opera continuamente sotto soglia nella nostra quotidianità: la predatorietà verso persone e cose che appartengono ad altri. Il rischio Junghiano dunque è quello di rifugiarsi, come ci sembra faccia ogni tanto anche Jung ne “Il Libro Rosso”, in interpretazioni  archetipiche per sfuggire, anche in analisi, alla sgradevolissima presa di coscienza delle nostre “brutture” giornaliere. Possiamo quindi legittimamente supporre che Jung abbia “trasferito” sulle immagini interiori, mitiche, rimuovendolo dalla sua coscienza, anche il conflitto edipico reale con Freud. Forse qui nasce proprio  l’idea in Jung dell’incesto simbolico con le immagini interiori: esso, deprivato proprio del rapporto con la realtà, rischia di occultare ancora una volta proprio l’incesto concreto.

Si aprirebbe a questo punto un necessario dibattito sul significato della parola “Simbolo” e del termine “Padre” per Jung. L’inconscio deve essere designato come una Grande Madre alla cui seduzione incestuosa bisogna cedere per rinascere rinnovati nel ruolo di eroi? E Il Padre, dov’è? Il ruolo e il valore del Paterno è veramente  ed esclusivamente così negativo e marginale da essere relegato al ruolo di un conscio collettivo da eliminare al più presto possibile per esorcizzarne gli effetti nefasti? Verrebbe da chiedersi : ma allora Dio, o, per i non credenti, la Natura, per quale motivo avrebbe dato vita alla figura del Padre? Sembrerebbe che l’Inconscio Profondo nell’ottica dell’Io inconscio di Jung, benché non in modo esplicito, non preveda la figura paterna. Sembra che oggi la società contemporanea stia realizzando proprio questo. Essa è recuperata da Jung solo nell’immagine archetipica del Vecchio Saggio, una figura però piuttosto indefinita e contaminata dal concetto di Selbst, che invece coincide con la realizzazione dell’Anthropos, cioè dell’Eroe-figlio spiritualizzato.

3.0.0 Il Rapporto conflittuale edipico di Jung con i messaggeri celesti: Elia e Filemone

Ci ripromettiamo ora di illustrare come le figure archetipiche fondamentali che animano le fantasie descritte ne’ “Il Libro Rosso” indichino l’esistenza di una forte conflittualità di Jung nei confronti del paterno e, di conseguenza, della Trascendenza. Nel corso della sua immaginazione attiva (Libro Rosso) e dei correlati sogni, egli descrive il suo rapporto con due fondamentali figure archetipiche maschili e tre femminili: Elia e Filemone da un lato , Salomè, Anima e Maria dall’altro lato.

3.1.0 Elia e Salomè

L’autore, durante una fase di Immaginazione attiva, scende nella terra dei morti lungo il pendio di un cratere e ivi incontra un vecchio con la barba bianca in compagnia di una bella giovinetta: sono Elia e Salomè. Ci si potrebbe chiedere subito: perché Jung è costretto a incontrare Elia nella terra dei morti e non in un altro luogo meno inquietante? Una ipotesi potrebbe essere quella che, essendo Elia un’immagine archetipica del paterno, e avendo l’autore già più volte ucciso il padre dentro di sé, solo tra i morti poteva riincontrarlo. Salomè è cieca. Con entrambi si accompagna un serpente nero, che mostra, dice Jung, “una inequivocabile simpatia per me” (Jung, 1961 :209). Salomè, simbolo della seduttività dei moti pulsionali dell’inconscio che accecano l’anima, dall’eternità è accanto ad Elia, che Jung definisce come l’archetipo del pensiero. Questa definizione di Elia è , in tutta la sua evidenza, una interpretazione distorta del profeta e del significato della sua figura. Secondo noi, infatti, questa distorsione interpretativa di Jung ha una forte connotazione difensiva. Con il serpente forse l’inconscio di Jung potrebbe raffigurare il suo “serpentino” lasciarsi attrarre dalle seduzioni edipiche. E’ notorio come un padre concreto o una figura paterna simbolica di insegnante, guida, capo, spesso sia costretto a dire, nei confronti di un figlio, un allievo o un subalterno, prediletto, da cui viene scalzato: “ho nutrito una serpe nel mio seno”. Nel caso di Jung ci appare legittimo supporre l’influenza della spinta del suo Io inconscio a coltivare una immagine grandiosa  di sé, eroe geniale agli occhi di una immagine di donna intesa come equivalente materno seduttivo. Questa immagine appare connessa intimamente al suo accecamento da parte delle passioni erotiche, che egli subirà molto frequentemente nel corso della vita. Nella sua fantasia si aggrappa ad Elia, per difendersi da Salomè e dà a se stesso questa interpretazione: Elia è la personificazione del vecchio saggio, che raffigura l’elemento conoscitivo.

3.1.1 Le distorsioni interprertative dell’Io inconscio di Jung circa la figura di Elia

Secondo l’autore l’intellettuale che Cristo incontra nel Nuovo Testamento sarebbe Giovanni Battista. Jung spiega così il suo timore di Salomè: “ … lei reclama la testa dell’intellettuale (il Battista), specialmente se è un santo” (Jung, 2009: 248-249).

Questa, secondo la nostra chiave di lettura, appare come un’altra teorizzazione autoingannevole dell’Io inconscio dello psicologo analista zurighese: far passare Elia per un pre-intellettuale, Giovanni Battista per un intellettuale e formulare così un disconoscimento del significato di tali figure. Lo scopo di tale interpretazione distorcente da parte dell’Io inconscio dell’autore è, a nostro parere, quello di dare a sé stesso una spiegazione razionale che legittimi la sua scelta di cedere alla istintualità erotica . Non si può essere eccessivamente e unilateralmente intellettuali e, vieppù, santi , perché le forze pulsionali della natura animale dell’uomo, ossia Salomè, ti fanno “perdere la testa”. Per sfuggire alla rigidità del suo intellettualismo Jung trova la soluzione nel ritorno al prepensare materno. Scrive testualmente: “Per rinnovarti dovrai tornare al prepensare materno. Ma il pre-pensare conduce a Salomè… poiché ero un pensatore” (ib : 248). Finalmente, ma solo per inciso, dichiara: “Poiché ero un pensatore” (ib:248). La falsificazione risiede nel fatto che Elia e Giovanni Battista possono essere interpretati in tanti modi, fuorché però come degli intellettuali. Jung attribuisce   loro la sua difesa intellettualistica.

Per dipanare la confusione di Jung nella comprensione di queste figure, determinata a nostro avviso dal suo complesso paterno negativo, le immagini devono necessariamente essere analizzate secondo due prospettive interpretative: una attinente all’Io inconscio di Jung, versante della sua ombra personale di intellettuale, la seconda sul lato archetipico della Psiche Oggettiva .

La Prospettiva interpretativa dell’Io inconscio di Jung

 

Secondo la prima prospettiva, egli proietta su Elia la sua funzione intellettuale , “il pre-pensiero”, (ib.:Appendice B). Scrive infatti di Elia e Salomè: “Si potrebbe dire che i due personaggi siano personificazione del logos e dell’eros” (ib. :201). Logos ed eros animano il mondo da sempre (ib. :249 e sgg.).  Il logos, come lo intende Jung, non è il Logos cristiano, ma quello della mitologia greca e sta a significare intelletto umano. L’Io inconscio di Jung, in modo semiconsapevole, sta ribadendo a se stesso, per derivati, che intellettualismo e sensualità sfrenata vanno insieme da sempre, ab aeterno. Effettivamente l’autore qui coglie una grande verità: intellettualismo e sfrenata istintualità erotica sono due facce della stessa medaglia. Gli intellettuali, per antonomasia, perdono spesso la testa ad opera dell’accecamento da parte delle loro passioni più basse. L’analisi di questa interpretazione autoingannevole di Elia e Salomè da parte di Jung, condotta con la chiave di lettura comunicativa prima sinteticamente descritta, ci consente di ritenere confermata, in tale caso, l’ipotesi della possibilità di proiezioni di complessi personali dell’autore (appartenenti alla parte inconscia dell’Io) anche su figure interiori originate invece dall’inconscio profondo. Queste proiezioni portano alla distorsione dei messaggi che l’inconscio ci propone su noi stessi e sugli altri. Nel caso specifico di Jung, un Elia considerato come il rappresentante della razionalità greca riprodurrebbe proprio la proiezione sul profeta del suo (di Jung) essere un intellettuale. Se egli fosse ricorso allo strumento interpretativo oggettivo dell’amplificazione, da lui medesimo considerato fondamentale, avrebbe potuto confrontarsi con la soggettività proiettiva del suo fraintendere i personaggi di Elia e Salomè.

La Prospettiva della Psiche oggettiva

Infatti nella seconda prospettiva, su un livello comunicativo universale, il messaggio che Elia, come archetipo dell’Inconscio Profondo, vuole trasmettere a Jung è di portata molto superiore, quasi originaria: la materialità di per sé è cieca, ma è figlia  di Dio, ed il personaggio umano che la rappresenta nella sua cieca istintualità, Salomè, non può che essere figlia di Elia, in quanto rappresentante di Dio sulla terra, cioè latore della sua Parola. Non dobbiamo dimenticare infatti che Dio, secondo la  tradizione giudaico-cristiana a cui appartiene Elia, creò il mondo tramite la Parola e che il  profeta parla in nome di Dio (la radice etimologica del termine profeta è  quella greca pro-femì, che significa appunto parlare in nome di). Anche Giovanni Battista utilizza la parola per invitare gli uomini alla purificazione interiore dei propri peccati nelle acque delle emozioni purificatrici. Salomè allora, nella storia biblica, fa decapitare in Giovanni Battista non l’intellettuale, ma l’uomo delle emozioni purificatrici della fede, che apre le porte dell’anima all’avvento interiore della Trascendenza  (Cristo).

Per tornare alla figura di Elia, così come viene narrata nel Vecchio Testamento, che Jung all’epoca conosceva già molto bene, scopriamo che Il profeta compì i seguenti miracoli (Primo e Secondo Libro dei Re-La Bibbia di Gerusalemme, 2004) :

  • per volontà divina fece sì che la farina della giara che gli veniva offerta da una vedova che lo stava ospitando, e l’olio, presente in un altro orcio, benché inizialmente di quantità estremamente limitate, non si esaurissero mai , fino a quando il Signore non mandò di nuovo la pioggia sulla terra dopo un periodo prolungato di siccità;
  • operò la resurrezione del figlio della vedova, che si era ammalato ed era deceduto;
  • affrontò re Acab, ne subì la persecuzione, dopo avere difeso il Dio Unico Trascendente, Jahweh, nei confronti del dio dell’idolatria, Baal , e aver ucciso tutti i seguaci di quest’ultimo.
  • fu rapito in cielo su un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco ed Eliseo, suo discepolo, che fino a quel momento si accompagnava con lui, mentre saliva nel turbine verso il cielo, lo guardava e gridava “Padre mio, padre mio, carro d’Israele e i suoi destrieri!”.

Elia quindi è il profeta che proclama la Trascendenza del Dio Unico, è colui che la difende dal potere temporale delle credenze idolatriche, umane, troppo umane. Per ciò che fa è un precursore di Cristo. Compie infatti dei miracoli, in nome di Jahweh, che, per tipologia, saranno poi appannaggio di Gesù.

Un passaggio fondamentale delle memorie di Jung sull’incontro con Elia è questo: “Con Elia avevo una lunga conversazione, della quale però non riuscivo a cogliere il significato” (Jung,1961:209-210). Questo passaggio viene dallo stesso Jung scotomizzato nel suo profondissimo e cardinale significato. Che cosa ci dice inconsapevolmente Jung sul suo rapporto con la Trascendenza, rappresentata e difesa da Elia? Ci dice che egli non riesce a comprenderne il significato, nonostante questa figura profetica, costellatasi nell’inconscio profondo, cerchi , in una lunga conversazione, di trasmetterglielo.  Elia, possiamo dirlo, si presenta come una delle figure di un ipotizzabile archetipo della Trascendenza, una predisposizione genetica alla Fede, che nell’uomo dischiuderebbe lo sguardo della psiche sull’Assoluto. La Fede è uno stato della mente, scrive Bion (1970), che si apre come una finestra sull’infinito. E’ una disposizione della mente in cui il senso della Trascendenza si realizza nell’interiorità non attraverso l’autoconoscenza o l’autoriflessione cognitiva, che sono solo stadi preliminari, ma attraverso l’esperienza mistica, in cui pensiero e sentimento si uniscono nell’intuizione dell’Essere.

Lo stesso insegnamento di Elia Jung in “Ricordi,Sogni e Riflessioni” lo attribuisce a Filemone: “[I pensieri nella tua mente] sono o come animali della foresta [n.d.a. : strategie aggressive, pensieri predatori che occupano la mente nella giungla della vita] o come uccelli dell’aria [n.d.a.: concetti astratti, la pura ragione, la cultura, la spiritualità meramente umana] (Jung, 1961:210 e sgg.).  Perché questa confusione di Jung? Se è stato un lapsus, è evidente che egli, sul piano del suo Io inconscio, ha l’impulso a rinnegare ancora una volta, benché ottantenne, il valore della trascendenza : meglio attribuire ad uno psicagogo ciò che invece è patrimonio di un profeta di Dio. Se non è stato un lapsus, possiamo pensare che egli non abbia scritto ne’ “Il Libro Rosso” tutto ciò che gli è accaduto durante l’esperienza interiore e che in realtà entrambi, sia Elia sia Filemone, gli abbiano trasmesso lo stesso messaggio di Trascendenza. Filemone , ad esempio, nei Septem Sermones ad Mortuos non fa altro che prospettare loro la necessità del recupero della figura di Cristo. Nella sostanza, quindi, le figure di Elia e di Filemone sono quelle di più profondo e di più elevato valore spirituale, perché latori entrambi di un significato metafisico. Questo è un passaggio nevralgico. Su questa incomprensione del senso della Trascendenza si fonda forse oggi la costruzione “panteistica” dell’assetto psichico-spirituale della Psicologia Analitica. Jung in questa circostanza si comporta, proprio sul piano personale, come un esempio emblematico di come un conflitto personale possa condizionare ed impedire l’apertura dell’anima  alla dimensione metafisica. Nel conflitto tra Fede e Ragione, oggi sempre di grande attualità, Jung sceglie la Ragione scientifica, amputando da sé la Fede. Questa incomprensione fa sì che prima Elia, vecchio saggio con la barba bianca, e poi Filemone, psicagogo anche lui della trascendenza, siano successivamente soppiantati da Ka, un dio scaturito dalle viscere della terra, che “ha in pugno” la religiosità. (ib. : 212). Ka sembra possedere tutti gli attributi del superuomo, è il dio che sa ed è immanente.

Conclusioni

Con questa succinta analisi di passi cruciale del Libro Rosso di Jung abbiamo cercato non solo di verificare e validare l’ipotesi di una concezione immanentistica della religiosità in Jung, ma di considerare che quest’ultima da un lato è stata fondamentale per la costruzione originalissima e innovativa dell’assetto teorico della Psicologia Analitica, ma al tempo stesso ne ha segnato i limiti confinandone lo spazio alla mera dimensione antropologica. Ciò ha prodotto a nostro avviso una deriva relativistica dei concetti di verità, etica e spiritualità di cui oggi sta molto soffrendo la società contemporanea. Ci ripromettiamo di riprendere le argomentazioni delineate solo a grossi tratti in questo nostro lavoro in un successivo libro , in corso di realizzazione, che abbia la funzione di riscoprire il percorso psicologico che può condurre l’uomo all’agognata e negletta meta della Trascendenza. Che cosa accadrebbe nel nostro sviluppo psicologico e spirituale se scegliessimo di seguire Elia?

Bibliografia

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La Bibbia di Gerusalemme (1974), Edizioni Dehoniane, Bologna, 2004

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