Disturbo da gioco d’azzardo: una finestra aperta sull’universo matriarcale della post-modernità </h1> <br> Antonio Grassi e Sandra Berivi

Disturbo da gioco d’azzardo: una finestra aperta sull’universo matriarcale della post-modernità


Antonio Grassi e Sandra Berivi

 

Disturbo da gioco d’azzardo: una finestra aperta sull’universo matriarcale della post-modernità

 

di Antonio Grassi e Sandra Berivi

Università LUMSA di Roma 

Sommario:

Gli Autori individuano nel Gioco D’Azzardo Patologico un fenomeno delle Dipendenze la cui dilagante diffusione nella nostra società mostra il lato ombra psicopatologico dell’attuale assetto dell’Inconscio Collettivo del mondo, cioè il Matriarcato. Il loro lavoro parte da una disamina del Gambling nelle sua psicopatologia neurobiologica individuale, ma le loro osservazioni sulle scoperte neuroscientifiche servono da trampolino di lancio per una trasvolata psicologico analitica ad ampio raggio sui temi più caldi e discussi degli attuali valori umani, esistenziale e soprattutto etici dell’universo umano occidentale. Tramite una rigorosa e serrata critica al dominante pensiero unico matriarcale che si realizza nella costruzione di organizzazioni anche dello Stato e anche a livello giurisprudenziale, propongono all’attenzione del lettore i dilemmi e i paradossi in cui inciampa l’attuale pensiero “politically correct” sia in campo scientifico sia in campo umanistico e che radicalizzando il conflitto tra maschile e femminile a tutto vantaggio del matriarcato femminista stanno producendo , come lato ombra, il fenomeno delle dipendenze e del disadattamento minorile e giovanile. Essi propongono una sintesi ad un livello superiore dei due mondi e dei due criteri di visione dell’essere umano, come unica via salvifica e risanatrice per l’uomo, nonché scientificamente corretta, almeno tramite lo strumento terapeutico della psicologia del profondo.

Parole chiave:Gambling – Neuroscienze – Etica – Senso – Cura

Introduzione

È noto sin dai primordi della letteratura psicoanalitica, grazie alle geniali intuizioni di Bergler (1958), il significato inconscio del gioco d’azzardo patologico: la soddisfazione del piacere  masochistico della perdita, determinato dal senso di colpa e di autopunizione per la ribellione ai divieti genitoriali e la rivolta contro la logica, l’intelligenza, la moderazione, la moralità e la
rinuncia (Bergler, 1900:23). L’autore individua nel giocatore: megalomania, onnipotenza, compromissione cognitiva (completa convinzione di vincita finale, come se vincere o non vincere
dipendesse solo da lui), scacco matto del principio di realtà da parte del principio del piacere. Pone inoltre l’accento sulla componente del brivido quali motivazioni razionale del gioco, superiore alla componente consumatoria della vincita o della perdita (Bergler,1900:20). L’autore precorre così le scoperte neuroscientifiche sulle differenze tra piacere appetitivo e piacere consumatorio e sulla maggiore salienza motivazionale del piacere appetitivo delle addictions rispetto al piacere consumatorio (Di Chiara,2010). L’autore non si sofferma molto, tranne nella riportare la trama di
un racconto, sull’incesto “virtuale” che il giocatore realizza con il gioco. La conferma che nel gioco d’azzardo patologico si realizzi un incesto immaginario ha ricevuto conferma anche dalle risultanze psicoanalitiche dal nostro gruppo di ricerca clinica: l’80% di questi pazienti hanno subito nella loro infanzia e adolescenza abusi sessuali diretti o indiretti da parte del genitore (o di parenti) di sesso opposto (Grassi,2018) Dall’incesto scaturisce lo sviluppo di un senso di onnipotenza del bambino che si perpetua nell’età adolescenziale e nelle fasi successive della sua vita sia attraverso scelte comportamentali di tipo maniacale sia attraverso comportamenti sessuali privi di senso del limite per qualità e numerosità (ib.)

Riferimenti neuroscientifici: lo stato dell’arte

Le ultime ricerche

La vulnerabilità scaturisce da un desiderio incontrollabile di un comportamento di addiction, nel nostro caso del Gioco D’Azzardo Patologico, e dalla ridotta capacità di inibire questo desiderio.
Contemporaneamente la corteccia prefrontale risulta iper-reattiva rispetto allo stimolo, che si traduce in un rilascio over fisiologico glutammatergico che, lungo il percorso glutammatergico,
sede biologica della salienza motivazionale che va dalla corteccia prefrontale al nucleo della ricompensa (parte prefrontale) e che rinforza le sinapsi eccitatorie, nelle quali si assiste ad una
riduzione della capacità di modulare la neurotrasmissione. Da questa condizione scaturisce che le connessioni glutammatergiche prefrontali del nucleo accumbens ipereccitato favoriscono la
dimensione impulsivo-compulsiva della ricerca della sostanza o del comportamento di addiction, riducendo la salienza delle soddisfazioni naturali biologiche (motivazione) e il controllo cognitivo
(scelta). I contributi più importanti sul controllo cognitivo sono stati forniti da Bechara e colleghi (2005) con la loro ”somatic marker ipotesis” e con il conosciutissimo “Iowa gambling task”, un test costruito
allo scopo di valutare il decadimento delle capacità decisionali nel GAP. Hanno contribuito a questi studi anche quelli di neuroimaging che hanno dimostrato il ruolo fondamentale dell’insula e dei
gangli della base nell’orientare le decisioni a lungo termine. Il lobo parietale inferiore appare invece responsabile della valutazione delle conseguenze delle decisioni e la corteccia frontale sembra
essere implicata nella correzione degli errori (Lin et al., 2008). Secondo il modello drive-controller nella determinazione dei comportamenti (Serpelloni,2010, pag. 35) il comportamento scaturisce dalla contrapposizione di due forze. La prima denominata ”drive” e la seconda “controller”. Nel primo caso la struttura funzionale genera spinte “sostenute dai bisogni” e dai desideri. Nel secondo caso, siamo nell’ambito della scelta volontaria, in cui entrano in gioco sistemi di autocontrollo fortemente regolati da facilitatori o deterrenti di origine esterna o interna all’individuo. Il controller può agire in senso inibente o promuovente di un comportamento e quindi non va inteso come un sistema solo inibitorio. Nell’addiction la motivazione all’uso può essere sostenuta da una forte spinta del drive, in grado di inibire l’azione di autocontrollo che l’individuo potrebbe esercitare tramite il controller.
Quest’ultimo ha soprattutto una funzione di problem analisis, problem solving e di decision making e utilizza per queste sue funzioni matrici cognitive dentro le quali sono stati memorizzati una serie
di parametri e di valori in grado di influenzare le decisioni, e quindi il comportamento dell’individuo. Queste matrici si formano durante la crescita del soggetto sulla base di stimoli di
apprendimento provenienti dall’ambiente esterno e dalle elaborazioni che, su questi stimoli, il soggetto esegue costantemente. Il controller quindi si forma nel tempo sulla base dell’influenza
dell’ambiente e viene condizionato sia dagli input educativi sia dei modelli culturali e di comportamento collettivo sia dalla pressione sociale del gruppo di riferimento (Feldman, 1969).
La bassa efficienza del controller può essere stata generata da un ambiente fonte di stress, povero di stimoli gratificanti e con ridotta capacità di generale apprendimento di comportamenti e sistemi
protettivi (Serpelloni,2010: 36). Gli input educativi sono comunicazioni che tramite il veicolo verbale-affettivo-comportamentale educano, cioè estraggono dall’informe (e-ducare= condurre fuori), la personalità dei minori. Ciò si traduce nell’acquisizione del senso del limite sul cui sfondo può così apparire l’altro come altro da sé parallelamente alla scoperta di sé e alla definizione della propria identità. Ciò richiede un
processo di separazione/decisione tra quello che si è e ciò che non si è; decisione significa, anche etimologicamente, taglio e il taglio non può non scaturire da divieti, significati e correlati comportamenti etici. Ogni divieto, ogni decisione così come qualsivoglia processo inibitorio e modulatorio sono appannaggio della funzioni corticali frontali e prefrontali (Controller), mentre i bisogni/desideri e la loro soddisfazione, nonché i processi a quest’ultima correlati, appartengono alla sfera sottocorticale del Sistema di Reward/Ricompensa (Nucleo accumbens, Area Tegmentale Ventrale, Ippocampo, Amigdala, Insula). Il rapporto tra corteccia frontale e prefrontale da un lato e sistema della ricompensa è, a detta dei neuroscienziati, di natura darwiniana (Shallice e Norman,1988). Pertanto la ragione, pattern organizzativo dell’attività di pensiero, come prodotto corticale ha la funzione di aggiogare i bisogni e la loro soddisfazione al loro significato razionale: ad esempio la sessualità viene guidata dal significato razionale di un rapporto (ad es.l’amore e non l’odio, che ha un altro significato). Ma il significato razionale dipende da un processo di attivazione della corteccia prefrontale che è per sua natura definita psichicamente come un’opus contra naturam, in quanto l’attrazione erotica indifferenziata, cioè deprivata della dimensione del significato razionale, può essere inserita anche nel contesto di relazioni che con l’amore non hanno nulla a che vedere. Sul piano valoriale l’etica patriarcale si fonda sul principio della Ragione che cerca e trova il significato razionale dei comportamenti, l’etica matriarcale si fonda viceversa sul principio del prendersi cura dei bisogni e dei desideri, cura che si identifica con la relazione. In questa ottica il rapporto darwiniano tra corteccia frontale/prefrontale e sistema della ricompensa sottocorticale non rappresenta altro che il versante biologico del rapporto darwiniano esistente tra etica della ragione che si realizza nella legge, ed etica della cura che si realizza nel privilegiare la relazione. Ma un rapporto darwiniano è pur sempre un rapporto di sopraffazione di una parte sull’altra, e comporta perciò lo svilupparsi e l’accadere di eventi traumatici tra l’uno e l’altro sistema, tant’è che lo stesso controllo degli impulsi resta pur sempre un atto di violenza inibitoria che la corteccia deve esercitare nei confronti dei bisogni indifferenziati del sottostante sistema della ricompensa.
Attualmente molto hanno da dire le teorie del trauma. Il trauma patologico precoce ha un impatto devastante sulla capacità simbolica che rende impossibile la vita immaginativa  Schore,1994,2003b; Siegel,2007, Kalsched,2013). Ma in quale contesto psicosociologico si colloca questo spostamento dell’asse eziopatogenetico sugli eventi traumatici? La teoria del trauma si sviluppa nel mondo occidentale attuale il cui orientamento culturale-sociologico è spiccatamente matriarcale. Nell’ambito di questo orientamento matriarcale, sia della ricerca neuroscientifica sia della ricerca psicologica sociologica istituzionale e politica, il senso specifico del concetto di trauma presenta tonalità diventate sempre più sfumate e variegate di coloriture e confini che si fanno sempre più evanescenti (anomia e/o diffusione di significato). Dal punto di vista psicologico analitico il principio di base che anima l’orientamento matriarcale in tutti i settori della vita contemporanea è la mera relazionalità (Berivi,2018). La mera relazionalità, secondo l’autrice, è il principio di fondo che tesse la trama di tutti gli aspetti della vita sociale.

Riferimenti storici sul conflitto tra Etica della Cura ed Etica della Giustizia (Legge)

Il trauma, però, nella sua accezione semantica, da un punto di vista neuroscientifico, ma anche psichico, è connaturato allo sviluppo neuropsicologico dell’individuo. Su questo punto le due teorie, l’una matriarcale della cura e l’altra patriarcale del significato razionale, da secoli si scontrano a livello letterario, psicologico, giuridico, scientifico e filosofico. Questo scontro, attualissimo, viene mirabilmente è rappresentato già oltre 2400 anni or sono dalla tragedia di Sofocle “L’Antigone”.

Da Edipo e Giocasta sono nati quattro figli: due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Antigone e Ismene. Polinice si organizza lontano dal paese natale e muove guerra al fratello. Nella lotta fratricida tra i due eserciti muoiono entrambi. Creonte, re della città attaccata ,Tebe, ordina però che solo Eteocle venga seppellito all’interno delle mura della città e abbia funerali solenni di Stato, indicando Polinice come traditore della patria e quindi indegno di sepoltura e destinato ad essere divorato dagli uccelli. Decide inoltre di punire con la morte chiunque disubbidisca al suo volere e seppellisca il corpo. Antigone decide di assumersi la responsabilità di seppellire Polinice. Quando viene portata al cospetto di Creonte, Antigone accusa lo zio di essersi posto con la sua decisione al di sopra degli dei, infatti il rito funebre va concesso a tutti gli uomini per volere delle divinità, neppure un re può opporsi al suo svolgimento. Chiaramente le accuse di Antigone inaspriscono ulteriormente la reazione di Creonte, già furioso per l’affronto subito, che condanna a morte la nipote. Il figlio di Creonte, Emone, innamorato e promesso sposo di Antigone, prova ad intercedere presso il padre. Il colloquio si conclude in un disastro, Creonte è irremovibile e Emone, privato di qualsiasi possibilità di azione, non sa come aiutare l’amata. Ciononostante, Creonte, a seguito del colloquio con Tiresia, riconsidera la sua decisione e si reca quindi da Antigone per comunicarle di aver modificato la sua volontà: uccidere un membro della propria famiglia è un atto contronatura che potrebbe suscitare l’ira delle divinità, quindi il suo destino sarà quello di venir imprigionata in una grotta dove resterà per tutta la vita.In scena entrano quindi Euridice, moglie di Creonte, e un messo che la mette a parte dei tragici eventi che hanno sconvolto Tebe: Emone si era recato a liberare Antigone, ma la giovane, non immaginando che Creonte potesse ricredersi, si era già impiccata. Emone così decide di uccidersi e, di fronte a Creonte, si trafigge con la spada. Dopo poco viene a sapere che Euridice, dopo aver saputo della morte di Emone, si è uccisa a sua volta. Il sipario cala così su Creonte che, consapevole delle sue responsabilità nella tragica fine della sua famiglia, supplica gli dei di dargli la morte.

L’Etica della Legge (Creonte)

Attraverso le parole di Creonte, Sofocle riesce ad esprimere mirabilmente i principi di base dell’etica della ragione che si realizza con la legge. Il re di Corinto, infatti, rivolto ad Antigone
afferma: “E chi tiene l’amico in maggior conto della sua stessa patria io quest’uomo lo chiamo spazzatura … mai tenermi un amico che sia nemico della patria mia. La patria! Essa ci salva,
cittadini; Quand’è salva la nave della patria allora abbiamo tutto, anche gli amici.… E sempre accaduto per la patria… sia posto il sepolcro ed Eteocle s’abbia tutte quelle sacre onoranze che
vanno ai morti eroi. Ma suo fratello-Polinice, dico … Voleva distruggere col fuoco la sua patria: Carogna commestibile agli uccelli ed ai cani.; mai da me i malvagi avranno onori riservati a quelli
che osservano le leggi. Rivolto ad Emone, suo figlio: “proprio così, figliolo, bisogna ragionare: mettere tutto dietro al volere paterno. Ecco per quale motivo ci si prega di aver figli ubbidienti nella
propria casa: Affinché un bel giorno i figli rendan male per male a chi è nemico ed onore all’amico, come faceva il padre. Ma chiunque procrea degli incapaci, cos’altro tu diresti che gli nasce se non
dei dispiaceri per lui padre e molto riso per i suoi nemici? Non gettar mai, figliolo, il
senno tuo per il piacere ed una qualche donna: un amplesso di ghiaccio ti diventa una malvagia femmina nel letto e nella casa, t’assicuro. Non c’è piaga maggiore d’un cattivo al tuo fianco.… ubbidire, ubbidire: e nel molto e nel poco, Nel giusto e nell’ingiusto, sempre e comunque all’uomo che sia posto al
timone dello Stato. E’ l’anarchia il pessimo fra i mali: distrugge città, sconvolge le case, mette in fuga e fa a pezzi gli eserciti in battaglia. Ma è l’ubbidienza, l’ubbidienza ai capi, la fonte di salvezza
e di vittoria. Noi dobbiamo difendere le leggi, le leggi scritte, Emone, mai cedere a una femmina
.

L’etica della cura (Antigone)

Attraverso le parole di Antigone, Sofocle ci illustra per contro i principi di base dell’etica della cura, della relazione e dei legami affettivi. Rivolta a Creonte la giovane risponde: “se avessi
tollerato che rimanesse senza sepoltura (Polinice) il figlio di mia madre, questo sarebbe stato il mio dolore. La morte, non vergogna è aver pietà di mio fratello? Rivolta ad Ismene:”(Creonte) non ha forse dato l’onore della tomba ad uno solo dei nostri due fratelli e all’altro invece non l’ha negato? Ha sotterrato Eteocle lo sai, come vuole la
legge e la giustizia… Ma poi ha bandito a tutti i cittadini di non coprire di terra Polinice, quel suo povero corpo inanimato,… Senza lacrime umane,… riposerò per sempre accanto lui, al mio fratello caro.

Il conflitto tra l’etica della legge e l’etica della cura.

Questo conflitto, a nostro modo di vedere, raggiunge il suo acme nel conflitto tra Creonte e Antigone: “Creonte: non ti vergogni d’esser diversa da tutti quanti gli altri? Antigone: Vergogna è
avere pietà di mio fratello? Creonte:” E non t’era fratello anche quell’altro? Antigone: “sì, figlio di mio padre mia madre”. Creonte: onorando quell’altro tu l’offendi? Antigone: “adesso che lui è
morto ed è un cadavere, non può darti ragione”. Creonte: “Ma se l’onori al pari di quell’empio! Antigone: “non mi è morto uno schiavo ma un fratello”. Creonte: “che distruggeva la sua stessa
patria. L’altro la difendeva.


Antigone: la morte vuole per tutti leggi uguali. Creonte: gli stessi onori al giusto ed al malvagio?
Oh no, non sarà mai.
Antigone: chissà se questo è santo per quel mondo laggiù. Creonte: il mio nemico io lo odio anche da morto. Antigone: ma io non sono fatta per odiare. Per amare soltanto.

Presupposto filosofico dell’Etica della Cura 

È il materialismo storico di Karl Marx. In contrapposizione a una metafisica fondata sulla Trascendenza, il femminismo dell’etica della cura propone una panteistica visione dell’universo radicata nella relazione tra tutti gli esseri viventi, umani e non. La conseguente Etica della Cura, sul piano antropologico, utilizza il veicolo della relazione per la soddisfazione dei bisogni e dei desideri del soggetto senza alcuna discriminazione di significato tra i differenti bisogni e desideri. L’etica della cura e la visione filosofica soggiacente produce l’abbattimento della dimensione verticale del significato a vantaggio del totale dominio della relazionalità orizzontale, come dicevamo prima. Ad esempio, una giovane adolescente può desiderare la propria morte e questo suo desiderio deve essere soddisfatto. Un’altra giovane adolescente ha bisogno di uccidere il padre per non sentirsi oppressa o per sottrarre la madre e sé stessa alle violenze fisiche del padre, anche senza che queste  violenze siano dirette ad uccidere la madre, ma solo a tormentarla. La metafisica di una tale impostazione femminista è radicalmente atea e ateologica.

Presupposto filosofico dell’etica della legge

E’ l’idealismo spiritualista che da Aristotele (1978), Passando per San Tommaso d’Aquino(Fabro,1997) è arrivato ad Hegel (Alessandroni, 2016) con una elaborazione metafisicoteologica. La sua visione metafisica è fondata sulla Trascendenza di Dio rispetto al Creato, il patriarcato ne è la declinazione antropologica. Il patriarcato È radicato nella legge che aprici se ed immodificabili regole di Base della vita, che sono uguali per tutti gli esseri umani. La conseguente etica della ragione, utilizza il significato come criterio di discriminazione tra i vari bisogni e desideri, autorizzando la soddisfazione di quelli in linea con le regole di base della vita e negando la soddisfazione di quelli in contrasto con queste ultime. Ad esempio: il suicidio viene bandito dall’ordine civile perché la vita è un bene non disponibile all’essere umano ed è di fatto l’omicidio di se stessi. Nell’Antigone la sepoltura degli onori funebri non possono essere concessi a chi ha lottato contro la propria patria, ma devono essere tributati a chi ha perso la vita per salvare quest’ultima.


L’etica della legge

Domina il criterio patriarcale del giudizio razionale, che si declina in varie dimensioni: giuridica, psicologica, sociologica, politica, filosofica e teologica. Principio di base dell’etica della legge è la
cosiddetta etica del Super Io frediano. Esso obbedisce alla logica degli opposti: tanta è la trasgressione tanta è la sanzione. In ambito giuridico questo principio si traduce nella giustizia
retributiva, in ambito psicologico nella
legge del taglione, in ambito sociologico nella messa al bando, sul piano filosofico nel giudizio morale kantiano, sul piano teologico, infine, nelle tavole
della legge di mosaica memoria. In realtà, come acutamente fa notare Bion (…), l’etica della legge obbedisce al principio matematico della logica euclidea intrinseca al processo di causa-effetto. In
questa ottica anche la causalità, intesa nella sua meccanicità, rappresenta niente altro che la trasposizione nella dimensione matematica di un principio morale. Come sottolinea Fornari, (…) e
per lui Carli (…), il Super Io freudiano è niente altro che un derivato pulsionale dell’Es, in particolare delle pulsioni aggressive, cioè di Tanatos. Si tratta di pulsioni di morte che, tratte fuori
dall’Es, asservite ai divieti genitoriali, sono rivolte al dominio, alla repressione e alla mortificazione delle pulsioni trasgressive dell’Es rispetto alla legge. Viceversa, le pulsioni erotiche vengono
asservite alla soddisfazione dei bisogni del Sistema di Reward, cioè della ricompensa, e diventano il  
carburante fondamentale della relazionalità contrapposta al principio patriarcale. Infatti Antigone oppone alla Legge del superio il suo legame incestuoso con il fratello: una certa forma di familismo amorale, diremmo oggi, contrapposto alla legge dello Stato rappresentata da Creonte.

Derive psicopatologiche del patriarcato e del matriarcato femminista nella postmodernità. 

Le ricerche hanno dimostrato che mentre la psicopatologia, come ombra nel significato Junghiano del termine, inerente all’impostazione patriarcale della società era peculiarmente di natura
nevrotica, cioè prodotta dalla rimozione/inibizione delle pulsioni erotiche ed aggressive dell’individuo e conferiva al Super Io le mansioni di osservanza dell’etica della legge, la psicopatologia post-moderna matriarcale femminista risulta essere, come ombra sociale, prioritariamente di natura
borderline, cioè organizzata secondo il principio della scissione della personalità in un arcipelago di isole interattive io-tu senza che queste isole si riconoscono reciprocamente e siano collegate da ponti in un’organizzazione unitaria della personalità. 


La storia dell’ Etica della cura

Lo sviluppo del pensiero femminista matriarcale, nel corso dei decenni che vanno dal 1950/60 ad oggi, evolve in tre fasi, con cui sono correlate tre strategie operative. Tutte le fasi sono attraversate da un fil rouge costituito dall’obiettivo dell’abbattimento della dimensione verticale del senso, della verità, del significato nella loro accezione monolitica a favore della dimensione orizzontale della relazionalità e dell’etica delle connessioni.

Prima fase: Differenza e cura (Gilligan,1987)

Non esiste un modello unico di sviluppo morale, universalistico ed imparziale, in cui i maschi sono dominanti, efficienti ed efficaci. Esiste anche un modello alternativo, differente, espresso con voce di donna (Gilligan, 1900), fondato sulla cura. La cura è femminile e universalizzandola si contrasta la disumanizzazione patriarcale e si resta umani. Questo differente sviluppo morale delle donne è dovuto alla loro maggiore fiducia nelle relazioni, e ad una loro specifica ”riserva di empatia”(Chodorow,1978). La cura riguarda il benessere e la fioritura di ciascun essere umano nella
differente particolarità della sua vita e del suo contesto.


Seconda fase: Differenza (Held,1995)

Non esiste la neutralità e la pretesa universalità del soggetto umano, come voluto dal patriarcato. Esiste un pensiero diverso delle donne su di sé, non solo, ma anche un pensiero diverso delle donne sull’umanità… Questa loro”differenza” deve essere sottratta al giudizio negativo del patriarcato, ma anche riesplorata e ridefinita. Considerare non già che uomini e donne siano uguali, quanto piuttosto che le donne siano diverse dagli uomini, ma non inferiori, e che la differenza che esse rappresentano abbia valore e sia degna di indagine. Con il ”duplicare” la coscienza sul mondo”, rispetto a un modello preteso universale ma in realtà costruito solo da una parte dell’umanità (quella maschile) si pone in alternativa il valore della differenza femminile caratterizzato dalla critica alla neutralità e pretesa universalità del soggetto umano, per come è stato costruito nel patriarcato (Lonzi,1980). Questo tipo di femminismo rivendica non solo un pensiero diverso delle donne su di sé o sulla ricchezza del femminile, ma anche un pensiero diverso delle donne (e degli uomini) sull’umanità.

Terza fase: Molteplicità delle differenze (Butler,2006; Braidotti,1995)

Questa molteplicità caratterizza l’essere umano come ”abitato” da più istanze e diviso al suo stesso interno(N.d.A: una sorta di diffusione dell’identità). La nostra identità, e quindi i nostri bisogni non possono essere chiusi in una descrizione completa, unitaria ed esaustiva, ma essa può esprimersi solo in forme temporanee, adeguate al contesto ampio delle relazioni in cui viviamo. La capacità empatica e la natura relazionale dell’individuo sono la ”molla” della moralità (Held,1995). Ciò che è essenziale nell’etica è la dedizione alla protezione e alla conservazione del ”tessuto delle connessioni” (Gilligan,), e diventa un optional non necessario la risoluzione astratta dei dilemmi posti da una regola fondata sulle monolitiche basi di una “trascendenza patriarcale”. L’etica della  cura, anzi, è prioritaria rispetto all’etica della giustizia, perché senza la cura non vi sarebbero individui vivi (Held,1995) (N.d.a.: ci chiediamo se potrebbe essere vero anche nell’altro caso e, se
no, quale sia la differenza.] 

Per una Discussione critica sull’Etica della cura


In questo contesto filosofico/psicologico/sociologico e storico del pensiero post-moderno, si sviluppa e si diffonde in modo capillare il ricorso all’uso di sostanze e ai comportamenti di addictions. Dal punto di vista neuroscientifico sembrerebbe che molti aspetti delle teorizzazioni femministe possano essere l’espressione di razionalizzazioni della corteccia prefrontale e frontale subordinate alla soddisfazione delle istanze, dei bisogni e dei desideri del sottostante Sistema limbico di Reward, producendo un accrescimento di alcune aree corticali deputate alla elaborazione delle succitate razionalizzazioni in opposizione alla forte riduzione dello spessore delle aree corticali prefrontali e frontali deputate alle attività di problem analysis, problem solving e decision making.
Molte teorizzazioni femministe, comprese quelle nella terza fase, prestano il fianco alla critica non solo teorica ma di più clinica per le implicazioni di metodo clinico e quindi di possibile iatrogenicità terapeutico a causa di un assetto impostato solo sull’etica della cura e privo di qualsivoglia forma di regola, cioè di legge. I dilemmi e i paradossi in cui si dibatte il principio della mera relazionalità, ed il femminismo che se ne è fatto portavoce, a seguito dell’abbattimento della dimensione del significato sono numerosi e di cruciale importanza esistenziale.

Dilemmi e paradossi dell’etica della cura

 L’era post-moderna ha assunto il Principio Ermeneutico come un Fondamentale della dimensione antropologica ecome Dogma ( Principio fondamentale e Verità incontestabile) della dimensione metafisica. Perde di specificità, unicità e limiti il significato semantico della parola. Infatti nella tradizione giudaico cristiana la parola è l’atto creativo dell’universo e dare i nomi agli animali e alle cose è una funzione paterna sacralizzata. La diluizione del significato della singola parola sembra equivalere alla messa in atto di un deicidio sul piano metafisico e dell’abbattimento della funzione paterna sul piano antropologico.


Il dilemma del concetto di trauma.

Ogni evento che determina una rottura/ferita relazionale rientra o può rientrare nel concetto di trauma.La parola trauma deriva dal greco e significa danneggiare, ledere, contiene inoltre un
duplice riferimento a una ferita con lacerazione, ed agli effetti di uno shock violento sull’insieme dell’organismo. Originariamente di pertinenza delle discipline medico-chirurgiche, durante il XVIII sec. il termine è stato usato in psichiatria e psicologia clinica per indicare l’effetto soverchiante di uno stimolo sulle capacità dell’individuo di farvi fronte.
Il
trauma infantile può essere definito come la conseguenza mentale di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza
nel bambino e che determinano una rottura delle abituali capacità di coping da lui messe in atto. 

Quindi, i bambini sono soggetti a provare stati di ansia ed emozioni come rabbia, colpa, tristezza, mancanza e senso di impotenza. Dall’altro lato , qualsivoglia intervento educativo attuato dalla
funzione educativa, produce una ferita relazionale, cioè un trauma, che alla luce delle neuroscienze si presenta come indispensabile per lo sviluppo della corteccia frontale e prefrontale , nonché del giro del cingolo.

Dilemma della mera relazionalità: il processo educativo , fatto anche di eventi traumatici che strutturano il senso del limite e l’esame di realtà, è un processo traumatizzante? Se la frustrazione è
un evento traumatico in sé e l’etica della cura per sua natura è votata a combattere la sofferenza , non può che bandire dal proprio universo la frustrazione perché traumatica. Quest’ultima infatti
genera rabbia , dolore, aggressività e lede il principio della relazionalità dogmaticamente assunto come unico criterio di valutazione delle esperienze la cui cura va pervasivamente perseguita in ogni situazione relazionale della vita.


Senza però il trauma della frustrazione non si può generare nel minore il senso del limite indispensabile per il suo sviluppo psicoaffettivo e, contemporaneamente lo sviluppo e la crescita
della sua neocorteccia frontale e prefrontale, entrambe indispensabili per la maturazione definitiva delle strutture cerebrali deputate ad attività di auto controllo , processi cognitivi di problem
analysis, problem solving e problem making. Per suo intrinseco significato antropologico non è difficile comprendere che adottando un’etica della cura priva della dimensione del significato,
paterna e verticale, si crescono generazioni di giovani e di uomini che saranno meno intelligenti e più superficiali rispetto a quelli delle generazioni precedenti, meno capaci di analizzare, risolvere i
problemi e attuare decisioni conseguenti: tanto più superficiali quanto più la corteccia in essi sarà ridotta ad una mera superficie di copertura delle massicce strutture sottocorticali deputate al circuito della ricompensa , cioè al piacere e alla violenza, o meglio , al piacere della violenza e alla violenza del piacere.
Ad esempio uno studio sul piacere della violenza è stato condotto recentemente a Chicago. Osservando l’attività cerebrale con la risonanza magnetica, i ricercatori dell’ University of Chicago
hanno notato che, nel cervello dei bulli esposti ad atti di prevaricazione e violenza, a differenza di giovani sani, si attivano le aree del piacere.
I ragazzi dovevano guardare dei video in cui si consumava violenza su persone o semplicemente di persone sofferenti per una mano schiacciata inavvertitamente.

Il dilemma del concetto di sofferenza.

Inoltre, nella nostra cultura abbiamo la tendenza a proteggere i bambini dal dolore e dalla sofferenza. Indipendentemente dal fatto di essere stati coinvolti direttamente nell’evento, i bambini
si rendono conto e sentono quando succede qualcosa di grave. 

E’ emerso che il dolore provocato volontariamente induce attivazione dei centri del piacere nei bulli; la stessa scena produce invece empatia ed attivazione delle aree del dolore, legate ai giudizi
morali negli altri. Poiché siamo tutti diversi le reazioni sono varie e riflettono il nostro vissuto esistenziale ed esperienziale, l’emotività manifesta o l’introversione che caratterizzano il nostro
carattere. Non è tuttavia utile allontanare o ignorare il dolore come se fosse un danno dal quale proteggersi ad ogni costo.
Esiste la vita e il suo contrario e le radici delle grandi civiltà ci insegnano ancora che esse fanno parte di un ciclo naturale destinato a ripetersi e a rinnovarsi sempre. 

Forse nel dolore più che nei momenti felici si possono accogliere e condividere con gli altri sentimenti profondi che uniscono , se il peso morale che ne deriva viene esternato ed espresso
spontaneamente e senza filtri.
Il termine “compassione” letteralmente significa ” soffrire insieme” e non rappresenta soltanto un atto di pietà e di commiserazione ma un’osmosi di sentimenti che rompono l’isolamento e la
solitudine di chi soffre e vive momenti di difficoltà.
Tante sono le storie che ci fanno capire come la sofferenza condivisa possa diventare un punto di forza che impegna nuove energie di resilienza.
Molti studiosi oggi sostengono, in opposizione alla dominante mentalità anestetizzante ogni forma di dolore , che i bambini possono e devono imparare che nella vita esiste il dolore come strumento di crescita e di cambiamento e che da esso si può trarre più forza e coraggio.(Psicologia e Dintorni, 
Pubblicato da Laura Alberico il 26/02/2019)

Il dilemma del concetto di educazione civica.

Se ne parla molto diffusamente oggi, come disciplina di insegnamento da reintrodurre nei percorsi
scolastici di minori ed adolescenti. Il dilemma è generato dal conflitto tra cognizione educativa e
comportamento educativo. La cognizione educativa è destinata al fallimento proprio per le ragioni
neuropsicologiche che oggi conosciamo , anticipate dalle geniali intuizioni di Freud circa il
fenomeno psico-comportamentale della coazione a ripetere. Il vero cambiamento comporta una
relazione educativa in cui l’educatore, maestro/insegnante/docente, non solo valuta il rendimento
cognitivo sull’ educazione civica dell’allievo, ma interagisce con lui in modo che quest’ultimo
posso realizzare processi di identificazione introiettiva dei comportamentì della figura guida. Il

professore è chiamato, per dirla in termini non specificamente scientifici, a fare e ad essere di
esempio. Dilemma: come selezionare gli educatori e i docenti? Per la loro preparazione cognitiva o
per la loro struttura di personalità o per la loro maturità psicologica?

Il dilemma del concetto di responsabilità.

Secondo l’etica della cura , matriarcale, sono le carenze affettive, gli abusi, le violenze subite a
generare comportamenti disadattivi nei minori. Pertanto bisogna riparare questi danni tramite
strumenti di soccorso e partecipazione relazionale. Diventa così palese che nel caso di
comportamenti disadattivi adolescenziali si tratta di uno stato di immaturità, non solo psicologica ,
ma anche neuropsicologica, supportata da uno squilibrio tra le strutture del sistema del piacere e
quello dei controlli e dei valori corticali, per cui assistiamo al piacere della violenza, ad esempio nel
bullismo , nelle baby gang e al la violenza del piacere nelle baby-squillo. In questa ottica un
intervento dello stato che abbassi la soglia (cut-off) della responsabilità legale di tali comportamenti
diventa una opzione necessaria, ma ci pone di fronte a un dilemma. L’abbassamento dell’età soglia
della responsabilità legale dei propri atti come si concilia con il correlato contestuale innalzamento
dell’età in cui si diventa effettivamente maturi e, quindi, maggiorenni con diritto di voto. Il primo
provvedimento potrebbe fungere da cavallo di troia per sdoganare nelle mura dello Stato il secondo
provvedimento. Ma si crea così un ossimoro: più un soggetto è immaturo, anche per la sua età
neurobiologica, più gli si riconosce una responsabilità giuridica da parte dello Stato. Nella sostanza:
mentre fisiologicamente minore è l’età e quindi minore è lo sviluppo della categoria della
responsabilità ( e quindi i minori sono fisiologicamente più irresponsabili), paradossalmente più
sono irresponsabili i minori e più si riconosce loro un’autonomia da adulto responsabile. Quali
possono essere le ricadute psicologiche e sociali dei comportamenti di soggetti che possono
esercitare diritti e doveri da adulti essendo di fatto non all’altezza di possederne le competenze
neuropsicologiche ?

Il dilemma del concetto di genitore

Sue declinazioni antropologiche disadattive nelle famiglie della post-modernità:
Il genitore adottivo
Il terzo genitore
Iniziamo dal valore semantico del termine “Genitore”:
Genitore: Un’analisi sematica del termine ci direbbe che si definisce tale colui che ha generato un
figlio. Antropologicamente generare significa produzione biologica di un essere vivente e questo
significato è univoco . L’unico genitore è quello biologico. Questa definizione è specifica della
dimensione del significato di genitore , cioè un ruolo incarnato, coniugato con una funzione
relazionale.
Genitore adottivo : definizione falsa nella dimensione del significato. L’adozione ha un significato
relazionale (Adotto = Scelgo, prediligo,etc) e non biologico, che però oggi ,in modo esteso,
qualifica anche una relazione biologica, cioè un significato che appartiene ad una diversa
dimensione semantica. Un soggetto, semanticamente adottivo, , non può essere genitore, perché i
concetti di padre o madre appartengono alla dimensione semantica della biologia. L’adozione
appartiene alla dimensione di una funzione relazionale, cioè di un modello o pattern di rapporto non
biologico. Alla contestazione ovvia del dare una interpretazione culturale del termine genitore
altrettanto ovvia è la risposta : i figli si generano (Genitore = generare), almeno per ora , solo
biologicamente, la trasposizione di tali concetti nella dimensione relazionale rappresenta
quantomeno una mistificazione semantica. Ma l’abbattimento o la trasposizione pluridimensionale
del significato è proprio una delle strategie offensive della guerra femminista contro la funzione
paterna e antipatriarcale.
Terzo genitore:
Con questo concetto viene travalicata anche la paradossalità del concetto di genitore adottivo.
Nel termine terzo genitore si presuppone, semanticamente, che anche quest’ultimo abbia lui
generato biologicamente quel bambino. Questa è la negazione falsificante della realtà fattuale,
quella biologica, perché il terzo genitore semanticamente non esiste. Con il concetto di terzo

genitore si trasferisce , in modo antiscientifico, un concetto dalla dimensione biologica alla
dimensione relazionale , cioè , ancora più precisamente, dalla dimensione del significato alla
dimensione di una funzione relazionale. Non solo! In nome di questa dimensione meramente
relazionale, il concetto di genitore, spogliato della sua dimensione di significato univoco, può
estendersi a chiunque, purché adulto che affianca la madre biologica (Caregiver). Non si tiene in
alcun conto che i figli, con il loro inconscio sano, si ribellano alla presenza del cosiddetto terzo
genitore, disconoscendone l’autorevolezza. Privati del padre biologico, disconosciuto il padre
cosiddetto terzo genitore, in realtà finiscono per avere come unico referente genitoriale solo la
madre biologica, con gravi danni per lo sviluppo della loro identità (ciò vale per i figli maschi
femminilizzati, o con una debole virilità e per le figlie femmine mascolinizzate con una
impostazione caratteriale fallica, sadica o masochistica).

Una proposta psicologico analitica di superamento metafisico e antropologico delle ombre della post-modernità nell’ottica della psicologia dell’Inconscio

In questo contesto culturale a nostro avviso diventa indispensabile una sintesi superiore di questa
conflittuale polarizzazione degli opposti, che si verifica nella dialettica patriarcato-matriarcato.
Riteniamo che, a tal fine, un ritorno all’Inconscio e alla sua insondabile soggettività, possa condurci
alla proposta di un’Etica del Senso della Cura fondata anche su una recuperata metafisica del
trascendente. Kalshed (2013) fa di questa metafisica anche un fondamentale per la psicologia
analitica e per tutte le psicologia dell’inconscio. Infatti l’autore cita, a tal proposito, il “vivificatore”
di Symington (1993), individuato come un difensore metafisico-trascendente, l’ineffabile realtà di
“zero” del Divino di W. Bion (1965), come fonte ultima di trasformazione in psicoterapia, la
“misteriosa intelligenza che attraversa la mente” di Christopher Bollas (1999), Il “soggetto
ineffabile” dell’inconscio che invia i sogni a beneficio del”soggetto fenomenico”, di James
Grotstein( 2000), la definizione del lavoro psicanalitico come vocazione religiosa è santa, di
Micheal Eigen 1998).
Anche le più recenti ricerche delle neuroscienze, in particolare della neuroetica, sono approdate
sulla riva della naturalità dell’etica. Secondo le ultimissime elaborazioni della neuroetica,
quest’ultima, assunta come una forma di meta etica, produce una visione radicata nella natura della
moralità e dello sviluppo dei valori morali e ci chiama ad una riflessione più approfondita e
articolata sull’essere umano e la natura umana (Farisco, 2012, pag. 38). Questa epistemologia
naturalistica della neuroetica si astiene dallo scientismo, dalla tecnofobia e dalla tecnofilia. Proprio
questa riflessione sul Tertium che trascende gli opposti ci ha indotto a proporre una visione di
sintesi superore delle due forme di etica patriarcale e matriarcale nella dimensione dell’Etica del
senso della cura.

Proposta teorica e tecnico-professionale di trattamento psicoterapeutico dei Giocatori d’Azzardo


L’Etica del senso della cura nel trattamento del GAP

Preso atto che il GAP, in quanto comportamento di addiction, rientra a pieno titolo nell’atmosfera
incestuosa che, come ombra psicopatologica, anima l’assetto latente e patente della postmodernità,
considerato che il suo significato nascosto, da un punto di vista psicologico analitico può essere
anche letto come la realizzazione della incestuosità edipica che permea di sé il nostro assetto
sociale, per uscire dalla logica della contrapposizione tra gli opposti, giustizia superegoica vs
relazionalità incestuosa (Creonte vs Antigone), è necessaria una loro sintesi in una dimensione
superiore che noi amiamo definire
Etica del senso della cura. Il giocatore d’azzardo, proprio per la
sua pulsionalità edipica che guida i suoi comportamenti trasgressivi e la sua ribellione alle regole
necessita di una forma il trattamento che ristabilisca per lui sia l’adesione a quei limiti
indispensabili per una relazionalità con l’altro, sia un funzionamento cognitivo/emozionale aderente
alla realtà. Nella psicologia analitica la cosiddetta giustizia trova la sua alternativa non superegoica,
nelle regole del setting, il cui rigore risulta indispensabile per ricondurre la personalità ad un
rinforzo di quelle strutture corticali di autocontrollo indispensabili per l’acquisizione del senso e
delle verità su di sé e sugli altri comunicata all’io da parte dell’inconscio tramite i derivati di
quest’ultimo (sogni, linguaggio sintomatico del corpo, eccetera). Noi definiamo in psicoterapia
questa etica anche come Etica delle immagini. Infatti risulta particolarmente efficace dal punto di
vista della metodologia clinica l’uso della Sand Play Therapy(terapia del gioco della sabbia).
Quest’ultima, consentendo al paziente di costruire delle scene con miniature simbolicamente
rappresentative dell’intero universo minerale, vegetale, animale, umano, fantastico, religioso,
permette al giocatore di avvicinarsi in modo graduale al suo mondo pulsionale edipico, fino alla
rappresentazione vissuta in seduta delle scene di seduzione e di abusi sessuali subiti nell’infanzia e
sedimentati nell’inconscio dell’Io. Così riesce con minore angoscia a sciogliere qui nodi pulsionali
che lo tengono legato inconsapevolmente al piacere dell’incesto. Le immagini, correlate
all’attivazione dell’emisfero destro, veicolano proprio il mondo dei sentimenti del giocatore. L’etica
delle immagini non è il frutto né dell’attivazione inibitoria corticale vs. l’attivazione del sistema di
piacere, come accade con l’etica patriarcale della legge, nè è uno strumento esclusivamente votato
alla cura dei bisogni e dei desideri coscienti del giocatore come accade con l’etica matriarcale della
mera relazionalità. I bisogni e desideri attengono alla dimensione sottocorticale del sistema della
ricompensa. Le regole del setting , proprio perché appartengono alla dimensione delle Regole di
Base della Vita , viceversa contenendolì, permettono al giocatore di entrare in contatto con le sue
emozioni, con i suoi affetti, con i suoi sentimenti, con le sue angosce. E’ in questo modo che entra
in gioco la relazione terapeutica con le sue componenti psicopatologiche di transfert e
controtransfert e quindi l’aspetto di cura di questa etica. Di essa parla diffusamente Robert Langs
nella sua trattazione del metodo clinico della psicoterapia. Questo geniale autore, proprio facendo
riferimento al mondo emozionale, fa scaturire quell’Etica che noi amiamo definire come
l’Etica del
Senso della Cura
da quella che lui definisce la Mente Emotiva, la mente della Cura, (cioè la mente
correlata, secondo noi, all’attivazione non di specifiche aree cerebrali, ma degli emisferi cerebrali
con riferimento peculiare all’emisfero destro). Langs, non conoscendoli, non fa questo riferimento
agli studi neuroscientifici che ci hanno consentito di identificare nella macrostruttura costituita
dall’emisfero destro la sede cerebrale di attivazione della Mente Emotiva altrove definita
dall’autore anche come Inconscio Profondo. Nell’inconscio profondo, cioè nella Mente emotiva,
sono radicate anche le
Regole di Base della Vita che in psicoterapia si declinano come regole del
setting. Queste regole creano un contesto, una cornice sicura di trattamento psicoterapeutico che
consente allo Spirito simbolico, quale dimensione superiore che riassume in sé relazione e legge, di
trovare espressione psichica nella coscienza con le ovvie conseguenze terapeutiche per l’individuo.
Tali effetti terapeutici sono però dovuti ad un’etica che richiede che l’individuo agisca in sintonia e
non in contrapposizione con la emergente verità che lo riguarda. Di estrema importanza è la
differenza, anche per sede anatomica , tra superio e Etica del senso della cura. Un autore
cognitivista, Paquette (2003) ha individuato nell’area prefrontale dorso-laterale la sede cerebrale
attivata dal superio in un campione di pazienti affetti da aracnofobia, mentre ricerche del gruppo
afferente a Michael Gazzaniga hanno dimostrato che sono appannaggio dell’emisfero destro
l’elaborazione non solo delle emozioni e dei sentimenti, ma anche e soprattutto della verità, dei veri
ricordi e del linguaggio simbolico con cui questi ultimi, comprese le regole di base della vita, si
esprimono. Dal punto di vista psicoanalitico il superio riceve energia e si sviluppa a partire dal
pulsionale serbatoio dell’ES ( a sede cerebrale limbica), con particolare riferimento alle pulsioni
aggressive. L’Etica della Mente emotiva si sviluppa invece a partire dalle emozioni e dai
sentimenti, non veste pertanto i panni dell’aggressività del superio, e si caratterizza per le Regole di
base della vita che fanno da cornice sicura a comportamenti sani e significativi. Ad esempio, di

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particolare interesse e di profondo significato simbolico, e pertanto spirituale, è la connessione
profonda tra un sano ciclo mestruale della donna e le Regole di Base della Vita. Il flusso mestruale
mensile veniva una volta definito, con l’espressione gergale popolare (vox populi, vox dei) che
usavano le donne di una volta: “Mi sono venute le Regole.” Questa espressione metaforica fornisce
il significato simbolico di intima connessione tra l’Etica femminile della Cura (la sessualità
appartiene alla sfera relazionale dell’essere umano) e l’etica maschile delle Regole (la scansione
temporale delle mestruazioni ne evidenzia un ritmo interno scandito da procedure neurobiologiche
dal significato maschile), cioè tra gli aspetti di significato e relazionali dell’etica e i ruoli femminili
e maschili tra gli esseri umani.

Conclusioni


Con questo lavoro abbiamo inteso dare un contributo di metodologia clinica del trattamento
psicoterapeutico del giocatore d’azzardo supportato però da una estesa disamina dell’universo
socioculturale in cui assistiamo allo sviluppo epidemico di siffatta dipendenza. Riteniamo infatti
che solo una visione approfondita e articolata del gioco d’azzardo oggi, e solo una conoscenza dei
pattern psicopatologici dell’inconscio collettivo della postmodernità, che si realizzano nei singoli
individui affetti da dipendenze, in particolare nel gioco d’azzardo, possa consentire l’elaborazione
di metodologie terapeutiche adeguate al problema in esame. È indispensabile per tutti sapere che la
psicoterapia, sia nelle sue elaborazioni teoriche sia nelle sue metodologie cliniche risente non poco
dell’ambiente culturale e sociale in cui vengono effettuati i trattamenti. E’ necessario , ma non è
sufficiente il criterio, della evidence based medicine per una valutazione della efficacia di specifici
trattamenti. Lo scioglimento dei nodi sintomatici, infatti, soprattutto nelle dipendenze e nel gioco
d’azzardo, si dimostra spesso effimero e temporaneo, soprattutto se si opera soltanto a livello dell’io
del soggetto. La trasformazione strutturale della personalità richiede tempo e contatto assiduo con le
dimensioni dell’inconscio profondo che sono per loro natura non misurabili con le tecniche
statistiche che valutano esclusivamente la scomparsa dei sintomi e solo in un certo periodo di
tempo. Ciononostante, negli ultimi decenni si è assistito al proliferare anche in campo psicologico
analitico di ricerche effettuate con specifici strumenti statistici, e noi riteniamo che la psicoterapia
comunicativa di Robert Langs possegga elementi e criteri di validazione di efficacia intraclinici
preziosi anche per la ricerca da effettuare con metodologia statistica

 

 

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