IL CPA, QUESTO SCONOSCIUTO </h1> <br> Francesca Perone

IL CPA, QUESTO SCONOSCIUTO


Francesca Perone

 

IL CPA, QUESTO SCONOSCIUTO

 

di Francesca Perone

 

Parole chiave: procedimento penale, minore, arresto, relazione, accoglienza.

 

Quello sulla mission del CPA è un dibattito sempre aperto, sempre rivisitato ed ultimamente, in occasione di importanti cambiamenti procedurali in tema di valutazione, è stata effettuata un’ulteriore riflessione a 360 gradi, che investe sia il personale, le procedure e le finalità del servizio, sia l’utenza, nell’ottica di mantenere sempre, come assunto di base, la centralità del minore.
Prima della L. 448/88 il procedimento penale minorile non differiva molto da quello per adulti. Dall’88, invece, il legislatore ha inteso cambiare punto di vista avendo come obbiettivo più la riabilitazione del minore, che l’emenda. Sono dunque nati i C.P.A., un primo step del percorso giuridico, che offre al minore l’opportunità di essere sottoposto a diverse misure cautelari, non limitate alla custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, come per gli adulti. Sono inoltre cambiate le opportunità processuali, soprattutto con l’inserimento della messa alla prova.
Il C.P.A., dunque, si configura come un filtro, una sorta di limbo tra l’evento arresto e l’avvio del procedimento giuridico. E’ una struttura anche architettonicamente differente dal carcere: non vi sono porte blindate, gli agenti sono presenti in borghese; all’interno delle sezioni detentive circola personale civile (educatori, volontari, operatori di associazioni per attività ricreative). Tutto allo scopo di non turbare ulteriormente il minore, già provato dall’evento arresto. Fa infatti parte del periodo evolutivo adolescenziale un senso di onnipotenza che porta anche alla negazione della realtà. L’arresto si configura come improvvisa realizzazione del fatto che ogni azione ha una sua conseguenza importante, questo risulta sconvolgente per un ragazzo, che nel suo vagare lungo gli ossimori propri dell’età, non fa i conti con le regole sociali, legali, morali, nelle quali il suo percorso esistenziale è comunque immerso.
Lo shock rappresentato dall’evento arresto costella, ad ogni modo, nuove possibilità nella vita psichica del soggetto il quale, se adeguatamente supportato e guidato dagli operatori, può proprio in C.P.A., avviare un percorso di cambiamento e di rivisitazione delle tematiche psicologiche e relazionali che lo hanno condotto alla situazione nella quale viene a trovarsi. La fase iniziale dell’interazione Giustizia / Utente che qui si sviluppa lascia tracce rilevanti sul prosieguo della relazione complessiva con il sistema penale. Si può osservare come un minore che percorra positivamente una misura cautelare esterna, il cui rispetto dipende dalla sua responsabilità, è già rientrato nel contesto delle norme con la possibilità di sperimentare nuovi adattamenti.

In C.P.A. vengono condotti minori tra i 14 ed i 18 anni in stato di arresto o fermo (differenza). Una volta entrato il minore viene sottoposto ad una serie di procedure: perquisizione, visita medica, breve colloquio psicologico e colloquio con l’educatore. Un minore non può sostare in C.P.A. per più di 96 ore (4 gg), entro questo termine viene celebrata l’udienza di convalida dell’arresto con il GIP, il cui esito può essere: liberazione, prescrizioni, permanenza in casa, collocamento in comunità e collocamento in IPM (spiegazioni). L’educatore ha il compito di effettuare un colloquio approfondito con il minore e, ove possibile, con i familiari, onde stilare una relazione che non tratta gli aspetti giuridici, ma che riguarda gli aspetti anamnestici del ragazzo, ivi compreso l’assetto familiare, l’iter di studi, gli sport praticati e le notizie in merito all’eventuale coinvolgimento dei servizi sociali e/o sanitari nel percorso esistenziale del minore.
Qualora un minore arrestato risulti anche consumatore di sostanze stupefacenti, durante la visita medica, il sanitario interpella il Ser.D. per una consulenza che consiste sia nella rilevazione dei metaboliti urinari, sia in un colloquio psicologico. In base alle risultanza di questa consulenza il G.I.P. può orientare la propria decisione in merito alla misura cautelare a cui sottoporre il minore. L’educatore, infatti, nello stilare la relazione per il G.I.P fa riferimento anche a questo dato.
Per quanto concerne gli ultimi dati elaborati sugli arresti abbiamo potuto constatare come siano aumentati in maniera esponenziale gli arresti per spaccio. Alcune zone di Roma sono divenute succursali della malavita napoletana e ne hanno importato lo stesso modo di operare (ragazzini ai cancelli). Al ragazzo non provvisto di un profondo senso di autostima e di un investimento in attività di studio/lavoro, l’arruolamento tra le fila degli spacciatori risulta come una promozione e conferisce un forte senso di identità, che viene immediatamente messo in crisi dall’evento arresto. Il CPA è il primo ente a mettere in discussione l’identità negativa in fieri dell’adolescente, questo dato rappresenta una importante responsabilità per gli operatori che a vario titolo prestano servizio al suo interno.
Molti minori accedono allo spaccio con il solo scopo di guadagnare denaro facile, ma molti altri sono di fatto consumatori a loro volta e riescono in questo modo anche a ricavare sostanze stupefacenti in cambio delle loro prestazioni.
Nella forma mentis di chi abusa di sostanze stupefacenti, è spesso rintracciabile ancora una configurazione preadolescenziale caratterizzata dalla pulsione di appropriazione: l’altro viene utilizzato per i propri scopi, viene in sostanza predato e si ricerca una risposta ai bisogni affettivi in termini materiali. La sostanza stupefacente, infatti, è sempre disponibile, immediatamente fruibile ed appaga qualsiasi esigenza senza richiedere nulla in cambio in termini affettivi.

Nelle configurazioni familiari caratterizzate da genitori magari infallibili sul piano delle cure, del nutrimento e della protezione, ma carenti sul piano dell’autonomizzazione, è possibile trovare figli che hanno difficoltà a rendersi indipendenti su ogni piano e che, nonostante l’età adolescenziale, vivono ancora sotto l’egida della pulsione di appropriazione. Nella forma mentis di questi giovani infatti, è preminente la tendenza ad usare l’altro, a non vederlo come un altro essere umano, ma come un oggetto; questo fattore aumenta la possibilità di esiti devianti: se il soggetto vede l’altro in modo disumanizzato non ha problemi a recargli danno: a derubarlo, rapinarlo, vendergli sostanze stupefacenti o altro. Tutto questo ha un prezzo, in termini psicologici: la mancanza di appagamenti emotivi che derivano dallo scambio relazionale autentico, infatti, produce angosce intollerabili (spesso nemmeno coscientizzate), che portano con facilità alla ricerca di espedienti materiali, come la sostanza stupefacente, come paradossale auto-terapia.
L’unico vero antidoto alla sostanza stupefacente è la relazione. La terapia delle patologie da dipendenza, infatti, non può prescindere dall’acquisizione di quel vocabolario emotivo, di quella competenza relazionale eventualmente non appresa in famiglia, ove le esigenze affettive, emotive e relazionali sono sempre state mutuate con questioni materiali ed il processo di individuazione non è mai stato incoraggiato.
In CPA il lavoro degli operatori è orientato proprio a questo: aprire alla relazione, a partire dall’accoglienza. La riflessione sull’accoglienza in CPA ha via via chiarito come questa non si limiti alla fase di ingresso, ma si prolunga all’intera permanenza del minore nel Servizio. Vi è un recupero della soggettività dell’individuo, in cui l’utente non è soltanto “oggetto” di interventi. Il concetto di accoglienza si declina nella risposta ai bisogni primari, nell’immediatezza e chiarezza dell’informazione, nel rispetto della persona in un contesto di regole corrette e vincolanti per tutti gli attori della relazione, nell’attenzione a favorire i rapporti con i familiari, nell’ascolto di bisogni, nell’offerta di sostegno e riferimenti, nell’ottica di aiutare il minore a superare il conflitto nato dal reato e dall’evento arresto vissuto come catastrofico. Il C.P.A., in questa mission, assume un’identità materna e paterna: la funzione materna si declina in tutte le forme di accoglienza ed accudimento nei confronti del minore (anche il semplice gesto di offrire una colazione con cibi graditi al ragazzo contribuisce a diminuire il livello di ansia e quindi a renderlo più collaborativo); la funzione paterna consiste soprattutto nella rete di orari e regole sia in senso macroscopico (esistono orari in cui né necessario essere chiusi nelle stanze, orari per mangiare, per lavarsi, per svegliarsi, per incontrare gli operatori e vedere i familiari; non si può tenere il telefono, ed altro), sia in senso microscopico (ci si rivolge al personale con educazione e rispetto, non si usa un linguaggio inappropriato, ecc.). Tutto ciò rende il C.P.A. un contenitore dalle pareti stabili, che già di per sé possiede una sua valenza rieducativa.

Conclusioni:

Fondamentale, nell’ottica rieducativa, è un proficuo rapporto di collaborazione tra le varie aree (sanitaria, educativa e sicurezza) che assolvono ruoli precisi e concorrono al medesimo fine: accompagnare il minore lungo il procedimento giuridico incipiente dall’ingresso all’udienza di convalida in modo che questo abbia un senso, che non sia solo una frazione di tempo perso che verrà dimenticato all’interno del percorso esistenziale, ma che si configuri come un avvio verso nuove possibilità all’insegna dell’acquisizione di un assetto valoriale eticamente congruo.

Sommario:

Prima della L. 448/88 il procedimento penale minorile non differiva molto da quello per adulti. Dall’88, invece, il legislatore ha inteso cambiare punto di vista avendo come obbiettivo più la riabilitazione del minore, che l’emenda. Sono dunque nati i C.P.A., un primo step del percorso giuridico, che offre al minore l’opportunità di essere sottoposto a diverse misure cautelari, non limitate alla custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, come per gli adulti. In CPA il lavoro degli operatori è orientato alla relazione, a partire dall’accoglienza. Il C.P.A., in questa mission, assume un’identità materna e paterna: la funzione materna si declina in tutte le forme di accoglienza ed accudimento nei confronti del minore ; la funzione paterna consiste soprattutto nella rete di orari e regole sia in senso macroscopico, sia in senso microscopico . Tutto ciò rende il C.P.A. un contenitore dalle pareti stabili, che già di per sé possiede una sua valenza rieducativa.

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